BLOGTOUR: Quello che non vuoi sapere di Jessica Treadway – Recensione

Benvenuti alla terza tappa del blogtour dedicata al romanzo “Quello che non vuoi sapere” di Jessica Treadway, uscito il 16 maggio per Mondadori. Grazie a Carlo Salvato per i banner.

IL ROMANZO

Prezzo: € 19,50

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Al centro di questo romanzo c’è la voce intensa e sofferta di una madre, di una donna. Lei e il marito, tre anni prima, sono stati brutalmente attaccati in casa, il marito è morto e lei, pur sfigurata, è sopravvissuta. Incapace di ricordare quei brevi momenti di ferocia, Hanna vede davanti allo specchio tutti i giorni i lineamenti di un volto, il suo, che hanno l’aria di essere stati smontati e poi rimessi insieme, come in un quadro di Picasso. Adesso Hanna, con un occhio malandato che la chirurgia plastica non è riuscita a ricostruire, si sente ancor di più vicina alla figlia Dawn. Fin da piccola, infatti, Dawn è stata sfortunata perché afflitta da ambliopia, un difetto visivo comunemente chiamato “occhio pigro”. La durezza della sua condizione, stigmatizzata dalle crudeli prese in giro dei compagni di scuola (Mi stai guardando oppure no? Dawn ha un occhio storto! Dawn è un mostro!), ha portato la piccola a sviluppare delle fantasie di riscatto irreali e a vivere in un mondo dalla psicologia distorta che, nella fase dell’adolescenza, è pericolosamente peggiorata. E il difetto all’occhio non è stato corretto – con grande angoscia della madre – neppure da una successiva operazione. Come biasimare la figlia per la rabbia accumulata?, come non proteggerla da tutto e da tutti, anche in quella notte di orrore e di morte, nonostante qualcuno sospetti che lei in qualche modo abbia avuto delle responsabilità nella vicenda? Forse la madre non vuole ricordare, non vuole vedere le cose come sono, è succube, come la figlia, di un’alterazione della visione. Eppure un ricordo Hanna ce l’ha: quello di una mano, di un polso, di un braccio, inchiostro scuro su pelle pallida, niente di più. “Non mi ritengo” ha dichiarato Jessica Treadway “una scrittrice di thriller, per quanto è indubbio che al centro della mia storia ci sia un vero e proprio puzzle psicologico e un’avvincente storia gialla, rimane il fatto che il mio romanzo si potrebbe definire un viaggio psichico. È l’incubo di una madre costretta a guardare dentro di sé con gli occhi della figlia.” Così la scrittrice fa dire a Hanna, la madre: “Non sono sicura di chi sono in realtà. Non sono sicura di avere un… nucleo. Ricordo quando mia figlia Dawn portava la benda sull’occhio, la chiamavano ‘occlusione’. Copri la parte più forte di qualcosa, così la parte più debole è costretta a lavorare di più. Non mi ero mai resa conto che, in tutti questi anni, mi sono portata addosso il peso di quell’analogia. Ho la sensazione di aver avuto soltanto una parte debole. E sta lavorando, ci sta provando. Ma non sarà mai forte come la parte che è rimasta coperta”.

Let’s talk about “Lacy Eye”

«Fai attenzione a cosa desideri» era solita ripetermi mia madre, insieme a «L’orgoglio precede sempre una caduta».

Un atroce dramma si è consumato tra le mura di casa Schutt. Hannah e suo marito Joe sono stati aggredditi con una mazza da croquet, in casa, nel luogo dove avrebbero dovuto sentirsi al sicuro. Qualcuno ha violato la loro privacy ed è qualcosa che non dovrebbe mai succedere, ma come se non bastasse, un atto di violenza allo stato puro ha portato via il marito di Hannah, il quale, agonizzante, è morto soffrendo. A lei è toccato un destino atroce. Oltre ad assistere all’omicidio del coniuge, è riuscita a sopravvivere, portandosi addosso tracce indelebili di quella fatidica notte, l’ultima notte di lei e Joe. 

Il suo aspetto ricorda quello di un Picasso, un quadro frammentato, che per quanto la chirurgia abbia tentato di riportare alla “normalità” non ci è del tutto riuscita. Hannah è costretta a nascondersi per non incrociare lo sguardo di nessuno, dato che col tempo il suo caso ha attirato l’attenzione non solo degli abitanti della città ma anche degli stessi media, che continuano a darle la caccia come avvoltoi per saperne di più sull’agghiacciante vicenda consumatasi a casa Schutt. Sono passati tre anni dal terribile incidente e la sua casa diventata una tappa per gli appassionati del crimine. 

Era sembrato che io tirassi in ballo sia Rud Petty sia mia figlia quando Ken Thornburgh mi aveva interrogata prima che i medici mi portassero via d’urgenza.

Rud Peatty è il principale sospettato e i tabloid hanno riportato anche un possibile coinvolgimento di Dawn, figlia di Hannah. Warren Goldman, testimone oculare, afferma di aver visto la macchina della ragazza parcheggiata nel loro vialetto. Questi rumour attorno alla figura di Dawn hanno alimentato il sospetto anche nella giuria, che vorrebbe sentire la giovane alla sbarra.
Gail Nazarian non ha scelta. Accusare la figlia di Hannah è fondamentale per vincere la causa e condannare una volta per tutte Rud. Stando a ciò che afferma, l’assassino avrebbe trovato un modo per reperire un telefono in prigione per chiamare Dawn.  L’alternativa di accusare sua figlia è improponibile per Hannah, che preferirebbe morire piuttosto che dare il sangue del suo sangue in pasto agli squali. Per quanto le prove portino a Petty è possibile che non basti per un ergastolo o una condanna a morte, è necessario dunque che Hannah ricordi, riviva quella notte e solo così potrà una volta per tutte mettere un punto finale a questa storia. Ma è davvero così?

Che Hannah Schutt sia sopravvissuta all’aggressione di quella notte è, ne convengono gli esperti, qualcosa di molto simile a un miracolo.

Dawn è sempre stata una persona introversa, timida e vittima di bullismo, a causa del suo aspetto. L’occhio “pigro” ha segnato la sua vita che, lentamente, si è trasformata in un incubo. Anche sua sorella, Iris, si vergognava del suo aspetto e per questo motivo ha sempre mantenuto le distanze. Solo sua madre la sente vicina, la comprende, perchè è sempre stata come lei: insicura ed introversa.

«E se posso dimostrare la tua innocenza una volta per tutte.»

Hannah è disposta a tutto per dimostrare che Dawn non ha nulla a che vedere con l’aggressione a casa sua e per quanto la sua determinazione sia forte, la sua dedizione alla causa forte, comincia lentamente ad insinuarsi in lei. Dall’omicidio del loro padre le due sorelle si sono allontanate, di Dawn, addirittura, Hannah non sa più niente. Le informaizioni al telefono sono sempre più vaghe così come quando decide di tornare per il processo. Qualcosa non torna e Hannah comincia a sentirlo, è pur sempre sua figlia, la conosce e sa che quando c’è qualcosa che non va si nasconde dietro un guscio impenetrabile.

[…]Sembrava capire che mi faceva stare bene, e che creava tra di noi un’intimità che, mi dispiace ammetterlo, non avevo mai provato con Iris.

Iris è sempre stata gelosa del loro rapporto, ferita dall’accoglienza che riserva sua madre a lei e sua figlia, Josie. Tra lei e Dawn non scorre buon sangue e farebbe di tutto pur di vederla rinchiusa in prigione. La ritiene responsabile della morte del padre così come della sciagura della famiglia, divenuta un vero spettacolo per gli annoiati che non sanno fare altro di porre domande. Quesiti ai quali neanche lei riesce a darsi risposta, come la sua presenza in casa, dopo l’incidente. Non si fa problemi a rispondere male a sua sorella e mostrare il suo disprezzo. L’atteggiamento di Dawn è ancora quello di una bambina, ma c’è qualcosa di diverso in lei. Per quanto sua madre cerchi di proteggerla comincia ad intravedersi in lei qualcosa di anomalo, come il fatto che non mostri mai alcuna emozione. Dawn sembra essere una bambola in attesa che qualcuno provi a darle vita. Una sfumatura diversa comincia a comparire nel quadro perfetto che sua madre aveva creato, qualche dettaglio è fuori fuoco e sono innumerevoli le cose che non tornano.

La sua paura si irradiò verso di me quando glielo dissi: potevo sentirne l’odore, aspro e caldo, nell’aria che ci divideva.

Chi è veramente Dawn Schutt? La bambina introversa, che se ne stava sempre sulle sue? Di quella ragazzina fragile che si vergonava del suo aspetto non c’è più ombra, ora al suo posto c’è una fredda mente manipolatrice completamente diversa. Quando Dawn ha smesso di essere la figlia che Hannah ricordava? Quando ha preferito mettere i suoi interessi personali sopra ogni cosa? Solo ora si rende conto di aver trascurato una figlia per aver costantemente pensato soltanto all’altra, cercando di proteggerla il più possibile e perdendosi i traguardi dell’altra. 


Le bugie hanno le gambe corte e la verità viene sempre a galla. Tenetelo a mente perchè Jessica Treadway lo fa intendere forte e chiaro.

Il suo esordio è un romanzo psicologico, dove esplorare i personaggi è il suo scopo principale. Conoscerli in tutti le loro sfumature attraverso le loro storie riesce bene alla penna dell’autrice, a colpi di parole è riuscita a costruire una storia che, per quanto agghiacciante, risulta a tratti intrigante.

La stessa autrice afferma di non scrivere thriller ma di lasciare che sia la parte psicologica dei suoi personaggi a prendere il sopravvento. In “Quello che non vuoi sapere” lo si nota bene, la chiave di tutto non si trova nel risolvere il mistero ma di capire le motivazioni che spingono i personaggi ad agire come hanno fatto. È una dura prova emotiva e psicologica per la stessa protagonista che, attraverso la sua disgrazia, ci catapulta all’interno della sua storia rendendo veritiero il detto “l’apparenza inganna”.

«Soltanto perchè qualcosa appare in un certo modo, non è detto che lo sia davvero.»

 

 

Vi lascio il calendario con le prossime tappe del blogtour!
Non lasciatevene scappare neanche una!

 

 

 

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