Porcini sull’asfalto di Iacopo Bianchi | Recensione di Sandy

“Era il 1985, l’anno della celebre gelata natalizia. Una coltre di neve di quasi un metro avevo nascosto tutto, l’Arno completamente ghiacciato, scorto da lontano, sembrava una lingua di cemento che affettava la città.”

IL ROMANZO

Acquistalo subito: Porcini sull’asfalto

Autore: Iacopo Bianchi
Prezzo: 10,00
Editore: bookabook
Pagine: 98

Un bambino scompare nel nulla inghiottito dalle gelide acque dell’Arno davanti ai suoi amici. Una famiglia distrutta e un gruppo di ragazzi che cresce insieme, aggrappato a un bar di quartiere e al suo barista rustico e paterno.

Ognuno diverso, ma tutti venuti su come funghi porcini, nello stesso sottobosco urbano. Ambientato nella Firenze degli anni Novanta, tra asfalto, periferia e vita di strada, “Porcini sull’asfalto” è un romanzo noir che tocca i grandi temi della vita: l’amicizia, la sofferenza, l’amore, il gruppo, Baggio alla Juve…

Let’s talk about “Porcini sull’asfalto”

 

“Scendemmo giù ma davvero l’oscurità cominciava ad inghiottirci.”

 È la prima volta che mi capita di leggere qualcosa della casa editrice bookabook, fondata -se non sbaglio- l’anno scorso, “Porcini sull’asfalto” è il romanzo dell’autore fiorentino Iacopo Bianchi e racconta la storia di un gruppo di ragazzi.

Questo romanzo ci trasporta nella Firenze degli anni ’80. Sono anni spensierati per il protagonista e la sua cricca di amici, noti a noi attraverso i soprannomim Neri, Testa, Candrazzo e Felipe. Il gruppo di amici ha un rapporto solido. Ognuno può contare l’uno sull’altro ed è per questo che il loro rapporto è destinato a durare nel tempo. La loro vita cambierà radicalmente in quel fatidico anno, il 1988, quando spinti da una curiosità tipica della loro età andranno incontro a una terribile sorte.

“Felipe non c’era. Passata un po’ la strizza cominciammo a chiamarlo a voce alta, pensando che si fosse nascosto da qualche parte. Niente. Nessuna risposta.”

La nostra storia entra nel vivo quando i ragazzi ascoltano la conversazione del Alfio, proprietario del Giglio Rosso, e Andrè, su un manicomio abbandonato situato sul Lungarno. Un posto perfetto per i ragazzi per trascorrere una giornata all’insegna del brivido. Mossi da curiosità, decidono di fare un salto in quel luogo.

Il manicomio Luzzi è proprio come lo avevano descritto i due al bar, un posto abbandonato a sè stesso e caduto in rovina, la tana perfetta per coppiette innamorate o curiosoni di passaggio. Decisi a scoprire cosa si cela dietro il misterioso manicomio, i quattro si avventurano in questa nuova impresa. È eccitante fare qualcosa di rischioso e proibito, i quattro sentono l’adrenalina che scorre nelle vene, ma quando è il momento di rientrare si accorgono che Felipe non c’è. Provano a chiamarlo, a cercarlo in lungo e in largo, ma di lui neanche l’ombra.

“Lo continuammo invano a gridare il nome di Felipe, ma ormai il rumore della pioggia copriva le nostre voci e lo sconforto prevalse ben presto.”

La polizia apre ufficialmente le indagini. Anche loro lo cercano ovunque, con il medesimo risultato. I tre allora vengono interrogati per saperne di più su com’erano andate realmente le cose. Senza riuscire a trovarlo, dopo attente ricerce, la polizia archivia il caso. Felipe non verrà mai ritrovato.

Gli anni passano e i tre rimasti restano profondamente segnati dalla scomparsa del loro amico. Come se non bastasse quella sparizione genera una spirale di morte e terrore. Il proprietario del bar viene ucciso e ancora una volta una tragedia lacera il cuore della città. Nessuno riesce a comprendere come sia possibile che il barista sia stato ucciso, nonostante l’apparente maschera da uomo burbero, si è sempre rivelato gentile. Si vocifera sia stato uno spacciatore a stroncare la vita dell’uomo e nonostante cerchi di lavarsene le mani, viene ugualmente arrestato. Nel frattempo il ricordo di Felipe continua ad alleggiare nell’aria, il suo ricordo continua a perseguitare quei ragazzi.

“Pensieri orribili affollarono la mia mente, l’evidenza dei fatti portava in un’unica direzione.”

Non mi sarei mai aspettata un romanzo del genere, per questo posso dire che “Porcini sull’asfalto” è inaspettato. Arriva spensierato agli occhi del lettore che, curioso, prosegue la lettura senza quasi accorgersene di avere un noir tra le mani.

È un noir che mantiene alto il livello di interesse servendosi dell’ironia della voce narrante, che racconta in maniera spontanea la sua storia e quella di coloro che lo hanno accompagnato durante la sua crescita. Ma non solo.

In 98 pagine, l’autore è riuscito a riportarci alla mente gli anni 80 e quello che caratterizzava un periodo in cui i ragazzi ancora si preoccupavano di giocare in giro, al posto di stare sempre e costantemente attaccati allo smartphone. È un romanzo che vibra di leggerezza, contaminata da un’alone di mistero, che rende ancora più intrigante la storia.

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