Let’s talk about: Le poche cose certe di Valentina Farinaccio

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E cambiano i nomi, cambiano i vuoti, cambiano gli spazi, ma quello che uno sente dentro, quando l’unica cosa che conta è che non ce la fa, è nient’altro che una straziante e banalissima routine di dolore.

Pagine: 150

Acquistalo subito: Le poche cose certe

Editore: Mondadori
Data di uscita: 27 marzo
Collana: Scrittori italiani e stranieri

Prezzo: € 17,00

È da dieci anni che Arturo non sale su un tram. L’ultima volta che lo ha fatto era un giovane attore di belle speranze e andava a incontrare una ragazza perfetta e misteriosa, con il nome di un’isola, quella leggendaria di Platone: Atlantide. Ma il destino cancella il loro appuntamento e, da lì in poi, niente andrà come doveva andare. Oggi Arturo è un quarantenne tormentato da mille paure. Mentre attorno tutto si muove, lui resta fermo, immobile, come un divano rimasto con la plastica addosso in quelle stanze in cui non si entra per paura di sporcare. Quando sale sul tram 14, che da Porta Maggiore scandisce piano tutta la Prenestina, ha un cappellino in testa per nascondere i pensieri scomodi e nella pancia il peso rumoroso dei rimpianti. E mentre i binari scorrono lenti, in una Roma che si risveglia dall’inverno, e la gente sale e scende, ognuno con la sua storia complicata appesa al braccio come una ventiquattrore, Arturo, che nella sua vita sbagliata ha sempre aspettato troppo, fa i conti con il passato, cercando il coraggio di prenotare la sua fermata. Perché nel posto in cui sta andando c’è forse l’ultima possibilità di ricominciare daccapo, e di prendersi quel futuro bello da cui lui è sempre scappato. Dopo lo straordinario esordio di La strada del ritorno è sempre più corta, Valentina Farinaccio ci racconta con una voce unica, che cresce fino a farsi poesia, una storia tanto incantata quanto feroce di attese e incontri mancati, di errori e di redenzione. Perché dobbiamo correre il rischio di essere felici, anche se tutto da un momento all’altro potrebbe affondare. Perché nulla è certo, nella vita. Solo una cosa: che tra un’isola e l’altra c’è sempre il mare.

E Arturo si era trovato a pensare che era tutta una guerra, la sua vita, fra il preso e il perso. Che le due parole così sorelle, per il suono che fanno, per le lettere che hanno, non dovrebbero avere un significato tanto diverso.

Credit: Russ Mills

Ci sono volte in cui un libro è molto più di un libro, non c’è niente da fare. Questo è il caso de “Le poche cose certe” di Valentina Farinaccio, edito da Libri Mondadori e sbarcato da poco nelle nostre librerie.

Ve ne parlo in questa domenica in cui il sole gioca a nascondino dietro le nuvole, l’atmosfera è tetra e le onde si infrangono con violenza sugli scogli.

Quando si finisce un romanzo resta sempre un vuoto enorme da colmare ed è in quel limbo fatto di malinconia che si continua a ricercare un appiglio a cui aggrapparsi, una nuova storia capace di consumarci fino alla fine, ma non sempre è possibile. Ci sono volte in cui un libro è più di volume fisico da mettere in bella vista in una libreria, ma diventa il compagno da cui è difficile separarsi, quello da riprendere e leggerne le frasi che più ci hanno colpito o gli appunti sui post-it lasciati pagina dopo pagina dopo pagina.

Dopo aver letto “Le poche cose certe” qualcosa dentro di me si è di nuovo accesa, trascinandomi dentro una lettura intensa e poetica, dove le paure del suo protagonista sono diventate le mie e alle volte mi veniva quasi voglia di liquidarlo con due schiaffi.

Arturo, è questo il nome del protagonista, non è un uomo perfetto o stereotipato, al contrario si mostra in tutta la sua imperfezione, con le sue debolezze, che lo spingono a vivere una vita allo sbaraglio, tormentato da demoni e paralizzato dalla paura, quella di fare un passo avanti e smettere di nascondersi per poter vivere una vita che valga la pena di essere vissuta.

E forse è questo, il modo in cui l’autrice l’ha delineato, a renderlo a tutti gli effetti reale, un uomo dalle spalle curve e che si trascina dietro una pesante valigia di rimpianti e sofferenze, la quale passo dopo passo lo tiene ancorato al passato e continua a ricordargli i suoi sbagli, ma anche ciò che sarebbe potuto diventare se dieci anni fa fosse arrivato puntuale all’appuntamento con Atlantide, colei che sarebbe potuta diventare più di un appiglio al quale aggrapparsi.

Atlantide era un momento per caso, nella vita di un uomo. Così piccino, da diventare simbolico, e senza corpo. Atlantide era l’idea bella che Arturo aveva avuto: di poter scendere da un tram guasto per andare a trovare chi gli avrebbe aggiustato la vita. Atlantide era un’isola. Perfetta. Misteriosa. Scomparsa.

Credit: Russ Mills

Se ci pensiamo ci sono volte che il tempismo priva o regala a ciascuno di noi un’opportunità, l’importante e saperla cogliere. Per Arturo il non aver colto l’occasione al volo per ironia del destino diventa un marchio indelebile che al solo ricordo brucia e fa male, quello che si crea è una voragine nella sua esistenza che niente riesce a colmare.

Nessuna donna sarà mai come Atlantide e nessun amore potrà mai dargli ciò che aveva provato guardando quella ragazza. L’aveva fra le mani ma si è reso conto che in realtà ciò che serrava nel pugno erano mosche, volate via prima ancora di accorgersene.

L’amore è un sentimento imprevedibile come la vita stessa, per Arturo sono entrambi percorsi che portano direttamente alla perdita.

La sua vita spericolata in balìa del dolore entra in circolo come aria nelle vene ed è in quest’embolia gassosa che la città prende vita, lo sfondo si anima e il vociare delle persone è così alto da impedire di capire cosa stia succedendo. L’esistenza di Arturo fra alti e bassi ci sfreccia davanti agli occhi come qualcosa che non sarebbe dovuto essere così com’è, come se dopo aver sbandato la prima volta non riuscisse più a tornare in carreggiata e tutto questo in 150 pagine intense, cariche di significato e concrete.

“Perchè le persone, certe volte, hanno voglia di restare. E aspettano da noi soltanto un cenno, o una mano che le trattenga e che non le faccia allontanare.”

Credit: KwangHo Shin

In un viavai di emozioni contrastanti un tram va e viene, mostrando il presente e il passato di Arturo, uno fra tanti di quei passeggeri, che ogni giorno prendono il mezzo, mutando in continuazione, trasformandosi –si spera- nella versione migliore di sé.

Il tram potrebbe essere la metafora della vita che crediamo di controllare ma che invece, guardando più da vicino, ci rendiamo conto di venire consumati da essa. Ogni giorno guadagniamo qualcosa e allo stesso tempo ne perdiamo un’altra, l’equilibrio è sempre così precario e in questo turbinio di probabilità e occasioni mancate noi continuiamo a vortichiare.

Sarò onesta non conoscevo Valentina Farinaccio, ma dopo aver letto questo romanzo breve mi sono detta che è stato veramente un peccato il non averla scoperta prima. Non è mai troppo tardi, giusto? È una di quelle autrici che un po’ come il primo amore resteranno per sempre indimenticabili e io non vedo l’ora di andare a ritroso fra le sue vecchie pubblicazioni e concedermi il lusso di perdermi nell’emozione di una narrazione intensa.

Una delle poche cose certe nella vita è che per essere felici bisogna guardare dentro l’abisso e correre il rischio di lasciarsi consumare e allo stesso tempo di sfruttare il momento e salire sulla cresta dell’onda.

 

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