Review Party: Il criminale di Massimo Lugli

“Ho sempre amato la solitudine più di ogni altra cosa, ma l’istituto ti cambia.”

IL ROMANZO

Acquistalo subito: Il criminale

Consiglio Spada, detto “Sbrego”, finisce nei guai il giorno stesso in cui lascia l’istituto minorile. Per nulla intenzionato a tornare dalla sua famiglia di giostrai, inizia a condurre una vita randagia, ma i problemi non tardano ad arrivare: coinvolto suo malgrado in una rapina, è costretto a scappare e da quel momento gli capita di tutto. Dopo un incontro fortuito in treno, finisce in una comunità hippy nei boschi della Toscana. Impara a cacciare con l’arco e a vivere senza luce, acqua, gas. Abbandonata la comune, raggiunge Genova ed entra in un piccolo giro di malavita, ma dopo una rapina andata male, deve darsi di nuovo alla fuga. La sua vita cambia improvvisamente quando incontra Zoe, una ragazza affascinante, imprevedibile e contraddittoria che nasconde un passato inquietante. L’amore tra i due giovani allo sbando si consuma tra giacigli improvvisati, alberghi, furti e inseguimenti. Finché Sbrego e Zoe non diventano la coppia più ricercata d’Italia. Ma l’escalation di violenza di cui sono protagonisti non potrà che finire in tragedia…

Let’s talk about “Il Criminale”

“Mi trattavano come un ragazzino ribelle e, al tempo stesso, come un killer spietato. E forse ero esattamente questo. Un ragazzino con le mani sporche di sangue.”

Il protagonista di questo review party è il romanzo di Massimo Lugli, “Il criminale”, una  storia cruda che arriva dritta come uno sparo, trapassando il lettore, provocando quella sensazione di gelo instantaneo e successivamente è il dolore a spandersi lungo tutto il corpo. Il sangue scorre, lento, macchiando i vestiti, la vista diventa offuscata e in balìa dell’oblio è difficile capire come andrà a finire.

Consiglio Spada, detto “Sbrergo”, ha trascorso la sua vita in un istituto minorile, insieme ad altri come lui, “sbandati” che avevano smarrito la retta via o che per ironia della sorte erano stati rinchiusi senza troppe spiegazioni. La vita in quel luogo è fredda e distante. Chi si occupa di questi ragazzi non si cura minimamente di insegnare loro veramente qualcosa, bensì di tramandare quelle nozioni alla base della vita, senza preoccuparsi troppo di quale sarà il risultato o se passerà il messaggio. Per i membri del carcere minorile non si tratta che di deliquenti, poco importa se abbiano commesso o meno crimini violenti, fanno parte della stessa cerchia e come tali non vedranno mai la luce del sole.

“La solitudine, per una volta, non mi sembrò più tanto bella e ammetto che mi vennero le lacrime agli occhi e, in quell’oscurità opprimente e minacciosa, faticai a non scoppiare a piangere come un bambino.”

Lo sbrego è una lacerazione, nel caso del protagonista è una cicatrice che attraversa la guancia sinistra, dallo zigomo alla bocca, ma può anche essere vista come uno strappo vero e proprio alla sua infanzia e adolescenza, che lo hanno portato a diventare ciò che è oggi.

Cinque mesi ai diciott’anni. È questo periodo di tempo che lo divide dall’essere ancora ragazzo al diventare un uomo, dove la legge non sarà più in grado di tutelarlo bensì, se potrà, riuscirà ad annientarlo. Quando esce dall’istituto, promettendo di fare il bravo, nessuno gli crede e neanche lui stesso trova che sia una cosa possibile. È come se fosse una calamita per i guai, come se il suo corpo non riuscisse a resistere al richiamo primitivo e selvaggio di una bravata.   

 

“Prima regola della strada. Mena subito. Seconda regola. Mena più forte che puoi.”

Con cinquemila lire in tasca, Sbrego non sa cosa fare o dove andare, per questo motivo brancola alla cieca, lasciandosi trascinare dovunque purché siano lontano dall’istituto.

Nessuno ha mai reclamato Sbrego e sa che nessuno mai verrà a “salvarlo”. Si è sempre arrangiato da solo, seguendo l’istinto e imparando a come sopravvivere alla strada ed è prorprio grazie a questo che si imbatte in una comunità pseudo hippy, restandoci per ben quattro mesi. La sua vita in questa comunità è una noia, gli unici momenti in cui si sente vivo è quando va a caccia con Freccia, ma quando comincia ad abituarsi alla sua nuova routine, qualcuno la stravolge: Diamante. Lei con i suoi modi di fare spinge Sbrego ad infatuarsi di lei,  diventa una sorta di paradiso terrestre, sfumato a causa di Falco, un “amico” della ragazza. Quando c’è lui nei paraggi, Diamante non è più la stessa, lo tratta come se fosse un moccioso e questo alimenta dentro di lui rabbia e gelosia, le stesse che lo spingono a “spezzare” le ali di Falco. È ora di sloggiare, ma sarà solo l’inizio di una fuga senza fine.

“Nella latitanza, più denaro hai e meno possibilità ci sono di farti ingabbiare.”

La sua strada prosegue fino a Genova, cercando di passare sempre inosservato e ricordandosi che l’unico modo per tirare avanti è quello di racimolare abbastanza soldi da poter proseguire il suo viaggio. È destinato alla fuga perenne. Neanche il giro malavitoso nel quale riesce ad entrare lo trattiene a lungo, infatti, per un colpo andato male è costretto nuovamente a fuggire. È durante la sua latitanza che incontrerà Zoe, una ragazza diversa da tutte le altre che finora ha incontrato, qualcosa scatta ed è solo il principio del declino.

I ragazzi si trasformano in due veri e propri Bonnie e Clyde all’italiana, cominciano ad effettuare una serie di “rapine e fuga”, incuranti del danno che provocano. Ogni volta che riescono a farla franca si sentono più forti, intoccabili, indistruttibili, ma questa è soltanto la loro immaginazione. È soltanto la realtà che si sono cuciti addosso per sentirsi un po’ più vivi, un po’ più liberi. 

Vivere fuori dagli schemi, facendosi beffe della legge e agendo come se il mondo fosse ai loro piedi, è lo stereotipo della vita perfetta di chi ha subito le angherie di un passato travagliato, una sorta di Joker e Harley Quinn se dovessimo fare un paragone fumettistico con l’universo DC Comics. L’evoluzione di Joker, infatti, è stata una escalation che lo ha portato alla follia più totale, un climax di delirio e violenza che non hanno altro scopo se non compiacere sè stesso nella speranza di riuscire a sentire qualcosa. Lo stesso discorso vale per la romantica coppia, che una volta acquisito potere e sicurezza, credono di non avere nulla da temere e che siano gli altri a doversi chinare davanti a loro. Quando il loro sogno di onnipotenza viene bruscamente interrotto da un’inesorabile arresto, Zoe perde la voglia di vivere, lasciandosi morire lentamente, solo per non restare ingabbiata agli arresti domiciliari. Vuole morire da persona libera. Questo discorso però non vale per Sbrego, condannato all’ergastolo.

“Nonostante il casino stratosferico in cui mi trovavo, mi divertiva tenere quelle merde un po’ sulla corda. All’improvviso ero diventato importantissimo per tutti.”

Massimo Lugli riesce a raccontare una vita criminale senza risultare scontato, ma rendendo realistiche le vicende di Sbrego alle prese con la malavita, la sopravvivenza e l’amore, che sfuma quando ormai la fine è vicina.

Il suo romanzo è un viaggio attraverso i quartieri malfamati della capitale, esplorando quanto c’è di marcio nell’animo umano. La sua è una prosa arrugginita e ruvida, che stride, lasciando un retrogusto grunge in bocca al lettore. Una sorta storia post apocalittica, ma senza l’apocalisse fisica vera e propria, ma soltanto i ruderi di una vita lasciata a sè stessa, vissuta male e allo sbando. In 375 pagine l’autore è riuscito a trasformare una vita allo sbaraglio in un viaggio avvincente e autodistruttivo, trasmettendo al lettore tutto il disagio provato dai suoi personaggi, che non capiscono il limite delle loro azioni. È un romanzo che ingrana lentamente, ma quando comincia a carburare picchia dura e non a pugno nudo, ma con un bel pugno di ferro di quelli grezzi e dolorosi.

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