A tu per tu con Laura Pariani

 

Laura Pariani vive a Orta San Giulio. Dagli anni Settanta si dedica alla pittura e al fumetto; dal 1993 si è occupata soprattutto di narrativa e di teatro. Tra i suoi ultimi romanzi: Nostra Signora degli scorpioni (insieme a Nicola Fantini, Sellerio 2014), Questo viaggio chiamavamo amore (Einaudi 2015), “Domani è un altro giorno” disse Rossella O’Hara (Einaudi 2017), Caddi e rinasce la mia carne sola (Effigie 2017).

Editore: NNEditore
Data di uscita: 15 febbraio 2018
Pagine: 192
Prezzo: 14.00 €
Acquistalo subito: Di ferro e d’acciaio

L’operatrice h478 ha l’incarico di sorvegliare il soggetto-23.017, una donna vestita di nero che si aggira per la Città in cerca del figlio, scomparso in circostanze a lei ignote. L’operatrice sa che il ragazzo è in carcere per attività sovversive, e segue su un monitor questa madre incredula aggirarsi instancabile nonostante divieti, barriere e continui dinieghi.
Piano piano, la forza di quell’amore materno smuove qualcosa nell’animo dell’operatrice, così come le parole del ragazzo hanno scosso l’animo indifferente di altre donne, che in coro raccontano questa storia ambientata in un passato prossimo venturo, dove i nomi sono stati eliminati e le parole chirurgicamente rimosse per cancellare memoria, speranza e passione.

 

 

Benvenuta Laura nella nostra piccola Stamberga!
ospitarla nel nostro blog è davvero un piacere, il suo romanzo mi è piaciuto tantissimo e anche il progetto della seria CroceVia è davvero interessantissimo. Non vedo l’ora di leggere le sue risposte!

 

  • Da cosa è nata l’idea Di ferro e d’acciaio?

Dal fatto che da sempre mi piacciono le composizioni di Bach sui testi della Passione (Passione secondo Matteo; Passione secondo Giovanni). Mi è capitato di ascoltarne un’altra, la Pasiòn segùn San Marcos, del compositore d’origine argentina Osvaldo Golijov, in cui il personaggio di Gesù è narrato attraverso l’esperienza sudamericana. Golijov mescola sonorità brasiliane e cubane, ritmi delle percussioni africane, rumba e capoeira. Il tutto con cantanti soliste e cori al femminile. Mi ha suscitato la voglia di intraprendere qualcosa di simile.

 

  • C’è un episodio della storia che le si è delineato prima degli altri?

Quello della bambina, Lizzy, che spia la tortura di Jesus e non ne capisce il senso.

 

  • A quale dei suoi personaggi è più legata?

A Lusine H478, perché è l’ultimo personaggio che ho ideato e realizzato: è stato il più difficile.

 

  • Cosa significa per lei la parola Passione?

È il contrario dell’indifferenza. Nel romanzo cito il cosiddetto Alfabeto delle passioni del pittore secentesco Le Brun: una serie di ritratti-variazione di una figura base, l’indifferenza, in cui il disegno delle labbra e delle sopracciglia segue una linea orizzontale; ogni scarto da questo stato (piega della bocca, sopracciglio alzato o aggrottato, occhi sbarrati o socchiusi…) marca i movimenti di una Passione (dalla felicità all’ironia o alla curiosità, dalla disapprovazione alla rabbia…)

 

  • Il canto popolare all’inizio del romanzo, ha un significato particolare?

È una vecchia canzone religiosa che mi ha insegnato mia nonna: l’immagine di Maria che corre disperata da una casa all’altra cercando il figlio mi ha guidato nella composizione del romanzo. Da bambina mi colpiva il fatto che Maria chiedesse a Giuda la grazia per il figlio e che l’uomo le rispondesse che l’unica grazia che poteva concederle era il fatto di usare “due chiodi di ferro e due di acciaio”.

 

  • Le persone identificate con una serie di numeri, perché questa spersonalizzazione?

Perché nel mondo che descrivo le persone sono private della libertà di esprimersi, devono adeguarsi a direttive che piovono dall’alto. Per il Potere che domina la Città ogni individuo è forzatamente uguale agli altri.

 

  • Nella narrazione del romanzo ha utilizzato un linguaggio particolare, come mai questa scelta?

Siamo in un futuro prossimo e devastato dalle conseguenze di una guerra – la Guerra dei Cinquanta Minuti – in cui si usano tecnologie differenti dalle attuali. Da qui deriva la necessità di inventare parole che suggeriscano al lettore quei cambiamenti. D’altra parte ci sono modi di dire che vengono da lontano, dal dialetto della pianura padana: in questa Città che cerca di azzerare le memorie – per esempio, facendo scomparire i vecchi – tenere in uso espressioni del passato è forse una forma di resistenza. In questo modo il dialetto diventa quasi un filo che lega il futuro di questa Città con il passato dei nonnàvi in cui le cose erano diverse e si poteva parlare liberamente senza dover sottostare alla regola del Silenzio Salutare.

 

 

  • La sua storia pone molta attenzione al problema dell’inquinamento, la nostra bella Terra sembra destinata alla distruzione, è ancora possibile salvarla?

Penso che stiamo superando certi limiti oltre i quali ci sarà la catastrofe: le risorse della Terra non sono infinite e gli sprechi continuano. Nella Città che descrivo l’acqua scarseggia e le risorse si stanno esaurendo (da qui l’esigenza di fare uso di pillole antisete e antifame). Perciò vengono eretti muri e recinzioni per impedire che nella Città penetrino gli immigrati dei Territori Esterni: e questo già sta succedendo in gran parte del mondo.

 

  • Qual è il significato della Serpe e del Mugghiante?

Sono i simboli dei due centri urbani originari che si sono fusi per formare la Città: la Serpe per Milano e il Mugghiante per Torino.

 

  • Perché i libri vengono considerati alla pari di virus da eliminare?

In qualsiasi dittatura le prime persone a essere considerate con sospetto sono  gli intellettuali – scrittori, giornalisti, disegnatori, insegnanti, studenti… Non sto inventando nulla, basta guardarsi attorno per vedere la sorte di chi esprime la propria opinione: in molti paesi gli intellettuali rischiano la vita. Giornali d’opposizione vengono chiusi, i roghi di libri “proibiti” punteggiano tutto il Novecento e, come dice un personaggio del romanzo: “dove si bruciano libri, si finisce per bruciare anche gli esseri umani”. La cultura fa sempre paura alle dittature: i libri pongono interrogativi e risvegliano dubbi. Perfino la musica, che è veicolo di emozioni, è considerata sospetta in certe parti del mondo.

 

  • Quale messaggio vorresti trasmettere ai suoi lettori?

Prima di tutto vorrei ricordare che, anche se la storia che racconto avviene nel futuro, tutto quello che succede è già avvenuto nel passato: i roghi dei libri, il pensiero di regime, la negazione di certe libertà… Appena ce ne dimentichiamo, la storia si ripete.
In secondo luogo, il libro è un invito a quelli che pensano di non essere coinvolti nei cambiamenti che succedono nel mondo: l’indifferenza non è mai una soluzione.

 

  • Cosa significa per lei scrivere?

Ho fortissimamente sempre voluto essere uno scrittore. Perché mi piacevano i libri: rappresentavano per me spazi di libertà. E, dato che provengo da  una famiglia in cui la letteratura e ogni forma artistica erano considerate una sciocchezza perditempo, voler diventare uno scrittore era una scelta di vita ribelle. Era un modo di dire No.

 

  • Ha qualche consiglio per chi sogna di diventare uno scrittore?

Non ci sono ricette. Ognuno arriva alla scrittura in modo diverso, con spinte diverse. Bisogna comunque volerlo fortissimamente perché è un mestiere molto difficile.

 

  • Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Continuare a scrivere, ovvio. Non concepisco la mia vita senza la scrittura.

 

 

May the Force be with you!
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