Close-Up: La signorina Crovato di Luciana Boccardi (Fazi Editore)

Arriva oggi in libreria “La signorina Crovato” di Luciana Boccardi, una storia che racconta il coraggio di una ragazza e la sua straordinaria voglia di riscatto. 

Data di uscita: 25 Febbraio

Acquistalo subito: La signorina Crovato

Editore: Fazi Editore
Collana: Le strade
Genere: Narrativa
Pagine: 340
Prezzo: € 18,00

Ha tre anni e mezzo, Luciana, quando la “disgrazia” colpisce la sua famiglia. È il 1936 e Venezia è ancora una città dove la gente si saluta per strada, una città vivace, piena di botteghe, di piccoli artigini e professionisti. Il suo adorato papà, clarinettista, ateo e antifascista, non può più provvedere alla famiglia e la mamma è costretta ad arrangiarsi: per lei è l’inizio di una lunga serie di vicissitudini segnate dal continuo assillo della miseria. Luciana le attraversa tutte, con pazienza, senza mai perdere la gioia di vivere e la curiosità che la rendono tanto unica e speciale. Nel frattempo, impara mille mestieri. Affidata a una famiglia di contadini, si ritrova a governare le bestie, dormendo in una cesta per i tacchini; poi s’improvvisa apprendista parrucchiera, garzone di panetteria, “aiutino” per un grossista di spazzole, ricamatrice di borsette a venti lire al pezzo; apprende il francese in casa di una ricca famiglia, aiutando le bambine a fare i compiti e intrattenendole come una vera “damina” di compagnia; fa la commessa sul Gran Viale al Lido e la cantante di balera. Di notte, intanto, si esercita come dattilografa, nella speranza di trovare un posto fisso: e quando, finalmente, il suo sogno si avvera, un mondo nuovo le si apre davanti, meraviglioso e inaspettato.
Con uno stile deliziosamente rétro e una lingua ricca di dettagli, Luciana Boccardi ripercorre le peripezie di una bambina d’altri tempi, esempio di vitalità e di coraggio, determinazione e tenacia, per un racconto esaltante capace di trasmettere allegria e buonumore.

A piedi scalzi
Succede sempre a chi non è abituato alle scarpe di considerarle una tortura, un’imposizione, un’ingiustizia. Abituata a stare nei campi a piedi nudi, scalpitavo, seduta sulla tavola di marmo della cucina, mentre mia mamma e la nonna – che ormai si può dire viveva in casa nostra, per aiutarci dopo “la disgrazia” – cercavano di infilarmi le scarpe per andare a scuola.
Primo giorno delle elementari. Anno 1938. Stavo per compiere sei anni: ero appena tornata dalla campagna dove mi avevano mandato quando era accaduta “la disgrazia” e dove ero rimasta molto a lungo senza quasi mai vedere nessuno della mia famiglia, che pensavo mi avesse abbandonata.
In quella casa veneziana, dove mi avevano riportato dopo più di due anni di lontananza, respiravo amore: tutto l’amore possibile da quei genitori travolti da vicende drammatiche ma all’improvviso “ritrovati”, dopo quella pausa che aveva interrotto bruscamente la nostra vita insieme. Io continuavo a guardarli, perché… erano diversi: il viso del papà trasformato, cancellato dalle cicatrici lasciate dal fuoco, e al posto degli occhi… due buchi inquietanti, protetti da un paio di occhiali dalle lenti smerigliate che nascondevano a malapena quei fori inesorabili.
Nel ricordo vivissimo dell’ultima sera che avevo trascorso con lui a Venezia c’erano i suoi occhi neri, bellissimi e forti, che mi minacciavano amorevolmente poiché mi ritraevo schizzinosa dal cucchiaio di minestra che lui insisteva con affetto a portarmi alla bocca. Due occhi che quando ti puntavano ottenevano obbedienza senza fatica. Non sapevo, allora, che li stavo guardando per l’ultima volta. Aveva continuato fino all’ultima cucchiaiata e poi, esortato dalla mamma a non far tardi, mi aveva abbracciato. Avevo tre anni e mezzo.

Nata a Venezia in una famiglia di musicisti, ha lavorato per anni alla Biennale di Venezia partecipando all’organizzazione dei più importanti festival di musica e teatro. Giornalista, studiosa di moda e di costume, è stata per decenni – ed è tuttora – la firma di riferimento per la moda de «Il Gazzettino».

May the Force be with you!
Precedente Miss Alabama e la casa dei sogni di Fannie Flagg | Recensione di Deborah Successivo Tea time: Brian Panowich ci riporta all'ombra di Bull Mountain