Let’s talk about: Legami di sangue di Jonathan Moore (Leone Editore)

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Finalmente è arrivato venerdì e questo significa una solo una cosa: Friday in Crime. Oggi il protagonista del mio venerdì nero è “Legami di sangue” di Jonathan Moore, pubblicato da Leone Editore, con la traduzione di Giada Fattoretto.

Data di uscita: 21 Febbraio

Acquistalo subito: Legami di sangue

Editore: Leone Editore
Collana: Mistéria
Traduzione: Giada Fattoretto

Prezzo: € 14,90
Pagine: 416

L’investigatore privato Lee Crowe non vede l’ora di prendersi una bella vacanza in Messico. Ha passato le ultime cinque settimane della sua vita in uno squallido hotel della periferia di San Francisco, a condividere il bagno con una prostituta e un tossico, solo perché la sua stanza si trovava esattamente sopra quella di DeCanza, un pentito messo sotto torchio dall’Fbi su cui era incaricato di indagare. Il suo compito è riuscito e Crowe ha scoperto un modo di far ritrattare la testimonianza a DeCanza, ma proprio la mattina dell’udienza decisiva per il processo, Lee esce dall’albergo e trova il corpo di una giovane donna schiantatosi sul tettuccio di una RollsRoyce. Non riesce a trattenersi dallo scattare qualche foto da vendere ai giornali, si tratta di soldi facili in fondo, e attira così l’attenzione di Olivia Gravesend, la ricchissima madre della vittima, che lo assume per indagare sulla morte della figlia Claire. Lee scopre presto che la chiave del caso sembrano essere le misteriose origini della ragazza, ma quando un sicario tenta di piantargli un coltello nel petto capisce che presto rimpiangerà di non essere scappato in Messico…

La regia abbassa le luci, una lenta fumata di nebbia esce dalla base del palco, poi qualcuno porta una sedia e una luce netta e tagliente la illumina. Dunque arriva Jonathan Moore, che si siede un po’ scomposto e toglie il cappello con fare un po’ svogliato e lo lancia su un attaccapanni lì vicino. Centro al primo colpo.

I legami non sono cose da poco, sono come catene che ci legano a qualcosa o a qualcuno, indissolubili e impossibili da spezzare, e per quanto ci si provi non cedono nemmeno un millimetro, nemmeno a chi tenta di scappare o si dirige nella direzione opposta, cerca di trovare risposte ad enigmi che affondano le loro radici nel sangue. Questa è la storia di Claire Gravesend, giovane donna che spicca il volo più breve della sua vita, quello che la porta a cadere rovinosamente per schiantarsi sul tettuccio di una RollsRoyce.

Il destino si sa è imprevedibile, come una follata di vento che spazza i vicoli bui di San Francisco, alza l’umidità e fa salire la nebbia, circondando tutto con un sottile velo che blocca la vista al punto giusto, quel tanto che basta a tenere lontani i ficcanaso, tutti tranne uno, quello più incallito, l’investigatore Crowe, Lee Crowe.

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Questo è un caso bollente, niente di meglio per tirare su qualche dollaro, scattando una o due foto del cadavere da vendere ai giornali. Nessuno si lascerebbe sfuggire una simile occasione e accipicchia, qui si parla di soldi. Come se non bastasse sono sufficienti quei due scatti a tirare su un po di lavoro per il nostro Crowe che appena viene contattato dalla famiglia della vittima spicca il volo anche lui verso Boston, ma stavolta nessuno si schianta.

Olivia Gravesend, madre della ragazza, è la bastarda che stringe fra le sue mani tutta Boston, una riccona di altri tempi che sembra possedere mezza città, e che non si fa scrupoli a fare tutto il possibile per capire cosa sia successo alla sua Claire che aveva lasciato il nido da un bel pezzo. 

Amoralità, rapidità e risultati, questo è tutto ciò che serve per essere un buon investigatore privato e per lavorare a questo caso, oltre a una bella tangente, ma si sa che dove c’è sangue ci sono gli avvoltoi e dove ci sono loro ci sono anche i corvi. Ma non sempre i soldi possono comprare tutto, infatti è lo stesso Crowe ad essere inseguito dai suoi avvoltoi personali, degli strani tipi che lo braccano già da un po’, che mettono il naso dove lo mette lui solo per sentire che cosa ha fiutato.

Il caso DeCanza in confronto a quello di Claire sembra una passeggiata, una felice scampagnata fra le colline, mentre Boston ricorda più un pantano paludoso, uno di quelli in cui basta un passo falso per ritrovarsi l’acqua alla gola. Negli stagni però a volte si possono trovare anche degli alligatori, in questo caso l’apparizione di qualcosa che non torna, un’immagine speculare che non sembra affatto un riflesso ma è abbastanza vivida da far uscire pazzo anche il più freddo degli investigatori.

Ed è ancora lì Jonathan Moore, seduto su quella sedia che ci racconta questa storia e mentre va avanti con la sua narrazione tutto sembra desaturarsi fino a diventare bianco e nero, tutto tranne il sangue, perchè è troppo rosso per poter sbiadire. Sembra quasi di essere seduti comodamente in una di quelle piccole salette cinema di una volta, quelle con le poltrone pieghevoli, dove bisognava abbassare il sedile e mettersi comodi, poi le luci calano e inizia la magia nei bellissimi toni dell’argento.

Il suo racconto è dettagliato, ricco di contrasti, dove non mancano le risate, ma non sono quelle risate semplici e spontanee, no, sono quelle un po’ amare, fatte più di ironia che di battute vere e proprie. Allo stesso tempo pagina dopo pagina sembrava quasi di sentire Crowe battere le dita sulla macchina da scrivere, un foglio stropicciato che si inceppa nel meccanismo, ma poco importa perchè non è necessario che il foglio sia immacolato perchè la storia che prende vita è tutt’altro che pulita. 

Al richiamo delle sfumature noir non so resistere, hanno quel non so che che è capace di incollarmi alle pagine, facendole scorrere velocemente sotto i miei occhi mentre un narratore dalla voce graffiante le legge nella mista testa. Questo è un thriller che richiama l’essenza del noir, una storia che riporta a galla quelle care vecchie sensazioni che erano ormai affondate da tempo.

Quando il racconto è finito cala il silenzio, le luci si abbassano e tutto diventa buio, Moore sparisce insieme alla sua sedia, ma lo fa restando immobile pian piano anche la nebbia si dirada e così quando le luci si riaccendono un fragoroso applauso inonda un palcoscenico vuoto.

“Avevo un cognome in prestito. Il mio passato era una scatola nera. Non ho dovuto imparare ad accettare. È sempre stato così. Ma per Claire?”

 

 

 

disclaimer: si ringrazia l’ufficio stampa di Leone Editore per la copia omaggio.

 

 

May the Force be with you!
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