Lullaby Road di James Anderson | Recensione di Deborah

 

Per quanto potesse essere minaccioso il deserto durante l’estate, non era niente rispetto al vuoto gelido e silenzioso dell’inverno. Anche mentre stavo lì a osservare la vastità avvertivo il suo potere magnetico, la sua profondità, come fosse un amante pazzo che promette eterna passione e mai amore. Eppure il deserto era sempre lì, mi chiamava, e a volte avevo l’impressioone che fosse proprio la sua costanza ad attirarmi, e quel semplice bisogno di scoprire ciò che un luogo e un paesaggio indifferente non mi avrebbero mai rivelato. E la 117 attraversava da parte a parte il suo cuore esangue. Percorrerla era il mio lavoro. In alcuni rari momenti di indulgenza mi dicevo che quello che facevo poteva essere importante. Lo facevo da così tanto tempo, non sapevo fare altro. E forse non volevo.

 

Editore: NNEditore
Data di uscita: 18 aprile 2019
Pagine: 336
Prezzo: 18.00 €
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È un rigido inverno nel deserto dello Utah. A effettuare consegne lungo la statale 117 c’è ancora Ben, il protagonista del «Diner nel deserto», e insieme a lui ritroviamo anche Walt, il predicatore e Ginny, che ora è mamma. Un giorno, Ben trova un bambino ispanico muto, che qualcuno ha deciso di affidargli. È così che il camionista finisce invischiato in una faccenda più grande di lui che coinvolge un gruppo di messicani e una tratta di bambini. Un crime popolato di personaggi eccentrici e misteriosi, di storie apparentemente distinte che poi convergono, e in cui la ricerca della verità è condotta con tale determinazione da mettere in pericolo tutto il resto.

 

Continuiamo il nostro viaggio tra carta ed inchiostro per approdare di nuovo in un luogo inospitale e selvaggio: il Deserto dello Utah. Nonostante la ferocia di questo luogo così indomabile, ritrovarmi tra le pagine di Lullaby Road e percorrere nuovamente a fianco di Ben la 117 è stato un pò come tornare a casa; la voce melodiosa di James Anderson si è rivelata una calda coperta avvolgente davvero difficilie da abbandonare. Mi sono goduta ogni singola pagina di questo romanzo, specialmente verso la fine ho cercato di centellinare i capitoli il più possibile per rimandare la lettura dell’epilogo, è stato malinconico dire arrivederci a Ben e al Deserto, in questo momento non vedo già l’ora di ritornare.

 

Forse era curioso di vedere cosa sarebbe successo se mi avesse risparmiato. Lo ero anch’io – e ci consegnai tutti e quattro alla strada annunciando la partenza con un’imprecazione a mezza voce. Ingranai la prima ed entrai con prudenza sulla US- 191 lastricata di ghiaccio. Nel migliore dei csi sarebbe stata solo una lunga giornata. Nel peggiore, una lunga giornata in cui saremmo tornati a Price solo a tarda sera, ammesso che fossimo riusciti a tornare.

 

Lullaby Road è il secondo volume della serie del Deserto, ambientata nel rovente e selvaggio deserto dello Utah, che di inverno diventa una gelida trappola mortale di polvere rossa. In Il diner del deserto abbiamo lasciato Ben Jones con il suo dolore e la sua perdita; il protagonista, grazie all’aiuto della cara amica Ginny, riesce a salvare la propria compagnia di trasporti, la Ben’s Desert Moon Delivery Service. Rimessi i conti più o meno in ordine, Ben può continuare a svolgere la propria attività di unico corriere del deserto e continuare a percorrere tutti i giorni la statale 117 che da Price si snoda attraverso le lande rosse e polverose fino a giungere a Rockmuse. Dislocati in questi 150 chilometri di rocce e rotolacampo vivono i clienti di Ben, i cosidetti topi del deserto; persone che hanno scelto di vivere o sopravvivere secondo le rigide leggi della natura. Faremo la conoscenza di nuovi individui poco inclini all’essere socievoli, in fuga da un torbido passato o semplicemente con una ferrea volontà di rimanere isolati nell’ombra. Il compito di Ben non è dei più semplici, entrare in contatto con queste persone è davvero difficile, spesso il protagonista viene salutato da una pistola o da un fucile, rigorosamente carichi e pronti ad accogliere la visita indesiderata. Le giornate di Ben scorrono secondo i ritmi del lavoro ma soprattutto del deserto; in questo momento dell’anno il clima è rigido e freddo, le nevicate e le perturbazioni sono frequenti e rendono la statale 117 ancor più periocolosa.

 

Per me nel diner restavano intatti, proprio come i tavoli e le sedie, la comanda solitaria dell’ultimo pasto cucinato per un cliente nel 1987 e anche Bernice, la madre di Claire, con lo stupro e aveva subìto  e la sua graduale morte silenziosa, e la cruenta vendetta di Walt. A suo modo, il Diner del Deserto era sempre aperto, se non altro ai ricordi e ai fantasmi.

 

In una rigida mattina come le altre Ben inizia la sua giornata, carica il camion e fa rifornimento per inoltrarsi nel deserto e portare a termine le consegne previste. Ma quella proprio non è una mattina come tutte le altre. Al distrubutore la sua strada si scontra di prepotenza con quella di un bambino avvolto nel caldo abbraccio di un cane che lo protegge dal freddo, risparmiandolo dalla morte. Ben trova un biglietto che lo invita a prendersi cura del bimbo fino a sera, è di Pedro il gommista messicano che conosce appena. Il protagonista non è pronto per far fronte quel compito, sarebbe dovuto andare nel deserto con una bufera, la statale 117 è sempre disseminata di insidie ma con quel clima non era certo di far rientro alla sera o di ritornare tutto intero. Accolto comunque il bambino e il cane sul proprio camion, Ben è pronto per ripartire quando viene raggiunto a tutta velocità da Ginny, che in pochi minuti gli affida la sua neonata. Inaspettatamente in compagnia, Ben inizia davvero il suo viaggio nel Deserto, un viaggio che lo condurrà ed invischierà in un crimine orribile, la tranquillità di quel luogo sarà profondamente ferita all’insaputa dei suoi abitanti. Le vicende fronteggiate dal protagonista lo porteranno ad avvicinarsi ad una scomoda scoperta: traffico di bambini ad opera di malavitosi messicani. Un crimine innominabile, ossa e morte sparse in una baracca annidata tra le rocce rosse, un male così terribile che lo stesso deserto sembra rifiutare di nascondere.

 

Molta gente che si avventurava sulla 117 non aveva una meta precisa, si allontanava da un posto o da una persona, e il nulla è una destinazione che esercita un fascino solo su chi si perde. Il deserto è una terra autarchica, e se ci resti abbastanza a lungo perdi di vista il punto in cui finisci tu e inizia lui.

 

Ben Jones è un personaggio fantastico: una persona all’apparenza schiva e burbera che nasconde un grande cuore, uno che vuole dare a tutti i costi l’idea di essere un duro (ed effettivamente lo è) ma appena qualcuno a lui caro ha bisogno di aiuto si fa in quattro, senza pensare minimamente a sé stesso. Il protagonista ha avuto una bella evoluzione tra il primo e il secondo volume della serie, in Lullaby Road Ben mi è sembrato più emotivo e umano, il racconto ha lasciato spazio a diverse emozioni che hanno saputo travolgere il lettore come un uragano. In questa nuova uscita ritroviamo “vecchie” conoscenze del deserto come Ginny; la ragazzina, ormai diventata mamma, vive con Ben, si occupa di far quadrare i conti della sua attività e si barcamena tra diversi lavori e l’università. Fumeremo ancora una volta una sigaretta immaginaria con il Predicatore, ignaro della spada di Damocle che pende sulla sua testa, la sua storia sarà uno degli avvicenti misteri di questo nuovo romanzo che ci porterà a conoscere altri personaggi.
In Lullaby Road ho avuto la sensazione che il premiato Diner del Deserto fosse messo un pò da parte dall’autore, come il suo proprietario Walt Butterfield; entrambi sono stati quasi assenti fino alla fine, dove hanno costituito il palcoscenico per il finale. Ho condiviso questa scelta di James Anderson perché infondo siamo di fronte ad una storia nuova, una storia diversa in cui però tutto risulta collegato. È necessario aver letto Il diner del deserto per poter leggere Lullaby Road? Oggettivamente non è una conditio sine qua non, nel nuovo romanzo ci sono giustamente diversi riferimenti al primo ma non è strettamente propedeutico. Invece la mia risposta personale è: «Assolutamente sì!». Per apprezzare questa storia al meglio, cogliere ogni aspetto e cambiamento bisogna leggere il primo volume, è un’altra storia meravigliosa che merita di essere scoperta.

 

Tornato sulla 117 accelerai un pò, ma non troppo. Eravamo ancora più o meno in orario e il vento sembrava essersi calmato. Abbassai l’aletta parasole. La bambina guardò il deserto che scorreva dal finestrino con la stessa concentrazione assorta con cui alcuni suoi coetanei guardavano il computer o la televisione.  Mi sarebbe piaciuto scambiarci qualche parola, qualsiasi cosa che potesse ridurre la distanza tra noi in quelle ultime ore insieme. Ma forse condividere il deserto e il brusio delle gomme sulla strada era ancora meglio.

 

Il Deserto rimane un personaggio fondamentale della storia, è il vero protagonista; è ciò che intesse l’articolata tela su cui i suoi abitanti scrivono la loro vita, è come se fosse l’essenza stessa della vita.
Il Deserto si conferma un luogo spietato e meraviglioso, abbiamo conosciuto il suo volto riarso dalla calura estiva ed ora scopriamo la sua natura mortale che avvolge tutto in un gelido abbraccio. All’apparenza può sembrare una landa desolata di rocce e polvere rossa, ma nel suo sottosuolo si annida la vita, sempre pronta a sbocciare e sfoggiare i suoi meravigliosi colori quando è il suo tempo. Tutto nel deserto sembra restare in bilico, in un equilibrio precario, costantemente affacciato sul baratro del morire o del riuscire a sopravvivere fino al giorno dopo, in realtà è la manifestazione di un ritmo ben preciso già stabilito dal deserto stesso. È un luogo mistico che può accogliere ed offrire un rifugio, un punto di (ri)partenza dove poter ricominciare lontano dal proprio passato, un’entità che non giudica ma che esprime la sua giustizia quando lo ritiene opportuno, privando i suoi abitanti di ogni cosa, compresa la vita. Il Deserto è un luogo misterioso e di riflessione, dove il silenzio parla ed insegna, un luogo dove si può riscoprire sé stessi fondendosi con la natura selvaggia.
Personalmente ho amato le descrizioni di Anderson del deserto, trasmette ai lettori la meraviglia di questo ambiente tramite frasi di pura poesia; mi ha affascinanta talmente tanto che sogno di visitarlo, di respirare gli odori e i profumi di questa terra, di camminare sotto il sole cocente sulle note delle canzoni di Bruce Springsteen.

 

Era bello sentire contro il petto il burrito avvolto nell’alluminio, e pensai che si sarebbe mantenuto fino al giorno dopo. Scossi la testa. Se i soldati romani che avevano costruito la croce su cui era stato crocefisso Gesù avessero avuto le stesse doti di falegnameria dei membri del finto Consiglio comunale di Rockmuse, e se anche loro si fossero spartiti un paio di casse di birra, forse Gesù sarebbe ancora vivo. Forse le cose sarebbero andate diversamente. O forse no. Cosa posso saperne io. Sono solo un camionista.

 

Lullaby Road è un romanzo meraviglioso, un rifugio caldo e accogliente dopo una passeggiata sotto la tempesta; è una storia capace di coinvolgere ed emozionare, è un viaggio in un luogo lontano da cui non si vorrebbe mai tornare a casa, forse perché infondo è già come essere a casa.

 

 

 

 

 

Desclaimer: si ringrazia l’ufficio stampa di NNEditore per la copia omaggio

 

 

May the Force be with you!
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