L’importanza di essere ricordati: Coco di Lee Unkrich e Adrian Molina

“Quando nel mondo dei vivi nessuno conserva il tuo ricordo sparisci da questo mondo, la chiamiamo scomparsa dei dimenticati.”

Coco

Titolo originale: Coco
Regia: Lee Unkrich, Adrian Molina
Paese: USA
Genere: Animazione
Durata: 109 minuti
Cast: Matilda De Angelis, Gael Garcia Bernal, Ana Ofelia Murguía, Anthony Gonzalez, Benjamin Bratt, Alanna Ubach, Renee Victor, Jaime Camil, Alfonso Arau, Herbert Siguenza, Gabriel Iglesias, Lombardo Boyar, Edward James Olmos, Natalia Cordova-Buckley

Coco racconta la storia del giovane Miguel che sogna di diventare un celebre musicista come il suo idolo Ernesto de la Cruz ma non capisce perché in famiglia sia severamente bandita qualsiasi forma di musica, da generazioni. Desideroso di dimostrare il proprio talento, a seguito di una misteriosa serie di eventi Miguel finisce per ritrovarsi nella sorprendente e variopinta Terra dell’Aldilà. Lungo il cammino, si imbatte nel simpatico e truffaldino Hector; insieme intraprenderanno uno straordinario viaggio alla scoperta della storia, mai raccontata, della famiglia di Miguel.

Source: Pinterest

È l’ora del thè e io sono felice di poter finalmente condividere con voi le mie impressioni riguardo a “Coco”, film di animazione di Lee Unkrich e Adrian Molina.

Come ben sapete io non sono molto fanatica del “se puoi sognarlo, puoi farlo” in particolar modo se è accompagnato da nient’altro che canzoncine e dallo stesso messaggio trito e ritrito che ormai ha iniziato a stancarmi eppure io sono una fanatica dei film di animazione, quelli che oltre a una colonna sonora meravigliosa regalano molto di più.

“Coco” senza bisogno di cantare  insegna che ci sono cose più importanti che vanno oltre all’inseguire i propri sogni, come la memoria e l’importanza di non dimenticarsi mai delle proprie origini, in particolar modo quando si raggiunge la propria meta.

È un film che parla di musica e non si spreca a cantarlo ad ogni scena, rendendo più intensi gli insegnamenti che lancia, prendendo come esempio una cultura diversa da quella europea, più vicina alla mia. È stato come tornare un po’ a casa, fra colori, sapori e famiglia.

Quella raccontata da Lee Unkrich e Adrian Molina è la storia della famiglia Rivera, che ha scelto di mettere a tacere una volta per tutte i sogni del suo membro più giovane, il piccolo Miguel, che vorrebbe diventare un musicista anziché un calzolaio come vorrebbe la tradizione di famiglia.

La musica è una nota dolente nel cuore dei Rivera, a causa del padre di Coco, la bisnonna di Miguel, che non ha mai visto ritornare suo padre dopo che ha lasciato la famiglia per inseguire il suo sogno da musicista. Da quel giorno nella famiglia la musica è diventata come un taboo, qualcosa a cui nessuno si dovrebbe mai avvicinare, come se fosse una maledizione dalla quale stare lontani.

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Miguel però ha la testa dura. Non riesce a smettere di pensare alle corde della chitarra e intonare le note del suo grande idolo De La Cruz, il grandissimo musicista che tutti ammirano e che chiunque vorrebbe diventare.

El dìa de los muertos diventa l’occasione perfetta per dimostrare le proprie capacità a tutte, che il sogno non è soltanto una fantasia, ma qualcosa di realizzabile ed è qui che entrano gioco l’importanza delle proprie passioni e delle tradizioni.

Miguel senza volerlo compie un lungo viaggio verso la Città dei Morti, dove incontrerà i suoi cari estinti, imparando la più dura delle lezioni per un bambino della sua età, a volte bisogna scendere a compromessi perché non si può ottenere tutto. Allo stesso tempo insegnerà alla sua famiglia che l’unico modo per vivere è imparare dal passato, senza farsi influenzare da esso, prendendo soltanto il meglio senza curarsi delle cose sbagliate.

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Questo senza dubbio è uno dei miei film preferiti della Disney Pixar, dopo Toy Story e Il viaggio di Arlo. A colpirmi non è stata solo la storia ma il modo in cui essa si è sviluppata e anche il messaggio che lancia. Rispetto ad altri film della Disney in cui c’è sempre quest’atmosfera da lieto fine, Coco invece mostra degli aspetti negativi dell’animo umano, più maturi e dolorosi, come la perdita di persone care e le mani sporche di sangue di un uomo menefreghista e avido al punto da vendere l’anima al demonio pur di diventare grande.

Nonostante ci sia un lieto fine, se lo si guarda da un altro punto di vista, ci si renderà conto che invece non è così, non del tutto. Non vivono felici e contenti perché la maledizione è stata spezzata, la famiglia Rivera accetta il dolore e impara dai propri errori, guardando avanti con fiducia verso i suoi membri più giovani.

Le poche canzoni che cantano i personaggi sono un inno alla vita, all’amore, alla famiglia e al dolore. Canzoni che scaldano il cuore e che allo stesso tempo infondono un’onda d’allegria nell’animo di chi le ascolta, anche quelle più tristi che accompagnano uno spirito dimenticato verso l’oblio strappano un sorriso amaro.

“Coco” è una storia diversa dalle altre, una che consiglio con tutto il cuore a chi cerca qualcosa di più di un tormentone disneyano, è una storia di famiglia e tradizione, ma anche di musica e passione, che affonda le sue radici nella memoria.

May the Force be with you!
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