Review Party: L’isola del faro di Abby Geni (Longanesi)

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Come vi avevo annunciato qualche giorno fa insieme a Carlo, oggi io e alcune colleghe vi parleremo del romanzo d’esordio di Abby Geni, “L’isola del faro“, pubblicato da Longanesi e tradotto da Aurelia di Meo.

Pagine: 312

Acquistalo subito: L’isola del faro

Editore: Longanesi
Collana: La Gaja scienza
Genere: Thriller

Data di uscita: 17 Maggio
Prezzo: € 18,60

Attratta dal fascino della natura estrema delle isole Farallon, il remoto arcipelago al largo della costa californiana, Miranda decide di trascorrervi un anno intero per immortalare il paesaggio e gli animali che lo popolano. Miranda è infatti una fotografa naturalista che ama girare il mondo spinta anche da una costante inquietudine, originata da una ferita nel suo passato. Quando sbarca su una delle isole, riceve un’accoglienza molto fredda da parte dei pochissimi abitanti, un gruppo di biologi impegnati nello studio della fauna locale. Circondati dalle forze che agiscono incontrastate su un luogo dimenticato dalla civiltà, i ricercatori sembrano quasi essersi adattati a quella vita, assorbendone la violenza e l’asprezza. Finché un giorno Miranda rimane vittima di una brutale aggressione da parte di uno dei ricercatori, che poco dopo verrà ritrovato morto. Apparentemente per un incidente. Ancora sotto shock, Miranda si convince che l’isola, con la sua forza incontaminata, abbia fatto giustizia, che l’abbia vendicata. Cercherà quindi di pacificarsi con il suo passato e con quello che ha subito. Ma quando il sangue tornerà a scorrere sulle Farallon, nessuno potrà più dirsi al di sopra di ogni sospetto.
 

“Ogni volta che ricordiamo qualcosa, lo cambiamo. Il cervello funziona così. Immagino i miei ricordi come le stanze di una casa; non appena ci entro, modifico qualcosa: lascio tracce di fango sul pavimento, sposto i mobili, sollevo batuffoli di polvere. Con il passare del tempo, questi cambiamenti si sommano.”

Source: Pinterest

Ci sono romanzi che immergono il lettore direttamente nel cuore dell’azione, accelerando il ritmo per creare quell’effetto cardiopalma tipico dei romanzi in circolazione, che poco a poco sfumano disperdendo l’adrenalina prima della fine, rovinando l’effetto sorpresa. E poi ci sono letture come questa che ingranano lentamente, dando l’impressione che il narratore stia prendendo tempo, come se volesse depistare il più possibile chi legge prima di iniziare a correre.

Abby Geni esordisce con “L’isola del faro” regalando a noi lettori un romanzo anomalo, un thriller con sfumature decisamente grottesche, in cui la natura umana e quella animale mostrano la loro inarrestabile ferocia.

L’autrice comincia a raccontare questa storia come se stesse camminando in un parco, lentamente, prendendosi tutto il tempo necessario per descrivere l’ambiente circostante, focalizzandosi sui minimi dettagli, quelli che normalmente un occhio pigro non noterebbe e quando chi ascolta comincia ad abbassare la guardia succede l’inaspettato, le minuziose descrizioni si trasformano in agghiaccianti quadri, degni degli esempi di arte macabra della serie tv Hannibal; rappresentazioni così sanguinose e grottesche da far riflettere su quanto sia spietata la natura e su come noi esseri umani siamo riusciti a cavarcela finora.

Le isole Farallon sono le protagoniste di questo libro, un esempio lampante di quanto possa essere selvaggia la natura, così impegnata a far rispettare la sua rigida catena alimentare. Stagione dopo stagione assistiamo all’evolversi di un circolo cruento di nascita e morte attraverso gli occhi di Miranda, fotografa naturalista.

“Ricordare significa riscrivere. Fotografare significa sostituire. Penso che gli unici ricordi affidabili siano quelli dimenticati. Sono la camera oscura della mente: intonsi, intatti, incontaminati.”

Source: Pinterest

La vita di Miranda è sempre stata altalenante, l’aver perso sua madre ha segnato una ferita profonda nel suo cuore, spingendola a cercarla fra le righe delle lettere che continua a scrivere nella speranza che le sue parole possano in qualche modo raggiungerla. Il suo è un tentativo disperato di aggrapparsi al ricordo di sua madre, l’unico in grado di aiutarla a superare momenti difficili.

Non è un caso che abbia scelto di vivere dietro un obiettivo per catturare il momento e trasformarlo in un evento duraturo nel tempo. Ha scelto come meta un luogo ostile, che sin dall’inizio comincia a mostrare i denti, ringhiando come un orso, intento a mostrare quanta forza sia necessaria per sopravvivere in un posto come quello. Insieme a lei ci sono altri ricercatori, appassionati della flora e fauna dell’isola. Ognuno di loro è specializzato in uno specifico campo, dallo studio delle balene fino a quello degli uccelli, ma tutti sanno che nessuno deve interferire con il lavoro dell’altro e soprattutto non devono contaminare l’ecosistema in alcun modo.

La sfida più grande per lei e gli altri è quella di vivere sotto lo stesso tetto, non tutti riescono a socializzare allo stesso modo, ma riescono comunque a superare l’ostacolo, vivendo pacificamente, fino al momento in cui Miranda non viene aggredita da uno dei ricercatori, segnando così il tracollo di questa pacifica convivenza.

Ci viene insegnato a passare sopra un’aggressione sessuale, quasi come se non contasse molto, facendo ricadere la colpa sempre sulla vittima e mai su chi aggredisce, per fortuna il messaggio deviato non attecchisce fino in fondo e sono sempre più le voci che decidono di parlare invece che restare nell’ombra. Sfortunatamente Miranda non appartiene a queste, l’aver subito un episodio così brutale l’ha portata a chiudersi in sé stessa, cercando di dimenticare ciò che è accaduto anche se al minimo rumore il trauma riaffiora a ripetizione in una sorta di loop.

La situazione prende una piega inaspettata quando il colpevole viene ritrovato morto fra gli scogli, da quel momento la vita di Miranda viene distorta, disperdendo i ricordi nella sua mente e confondendo la realtà con l’immaginazione. C’è qualcosa di inquietante nell’isola, che sembra aver scelto di schierarsi da una parte facendo giustizia al posto degli uomini, come se la natura avesse deciso che chi sbaglia può essere soltanto punito, senza processi e senza appelli, ma sarà davvero così?

“La vita non è ciò che credevo. Io non sono ciò che credevo. Una fotografa, una nomade, una figlia senza madre. Una donna che scrive lettere, che lascia una scia di carta e parole in giro per il mondo, simile a quella di un aereo. Un’artista con una fotocamera al posto del cervello: fredda, lucida, calcolatrice. Una donna in nero.”

Source: Pinterest

C’è da dire una cosa, qualcosa di molto importante ed essenziale per questa recensione: la trama è solo la punta dell’iceberg, quel poco che emerge dall’acqua per attirare il nostro sguardo, ma in realtà il marcio sta tutto sotto e vi assicuro che c’è tanto da scoprire.

Indubbiamente l’autrice ha studiato a fondo il carattere dell’isola, questo strano alone di mistero che sembra circondare le sue spiagge, dove si affacciano predatori di ogni tipo, dagli squali ai gabbiani.

Vivere in un’ambiente così ostile non è un’impresa facile, sono pochi quelli che resistono a una sfida del genere, l’isola poco a poco divora chiunque, che sia umano o animale, queste spiagge sono un immenso cimitero che ospita le spoglie di tutti coloro che si sono dimostrati deboli ed è nella morte che emerge la cruda bellezza di questo atollo.

Lo stile della Geni è descrittivo e allo stesso tempo suggestivo, riesce a trasmettere l’inquietudine di non sentirsi al sicuro neanche con un tetto sulla testa. Per sopravvivere alle Farallon bisogna non soltanto essere forti ma anche furbi, mimetizzarsi con la natura e avere un pizzico di fortuna.  

Fra le pagine del libro sembra quasi delinearsi la storia dell’evoluzione, un continuo susseguirsi di azioni e conseguenze, un meccanismo antico come la Terra e spietato come un serial killer. La natura non guarda in faccia nessuno, noi crediamo di piegarla, ma è lei che si inchina per tenerci sulle spine, aspettando il momento opportuno per cancellarci dalla faccia del pianeta. La stessa cosa accade sull’isola, dove ognuno è responsabile di sé stesso, non c’è spazio per l’altruismo, non si pensa con la pensa di un’animalista e non si concede niente a nessuno, se accarezzi una foca è probabile che ti stacchi un braccio a morsi, se vedi un uccello volare in cielo è meglio mettersi a riparo, perché sarà lui a banchettare con il tuo corpo, non uno zombie.

È quasi ridicolo pensare a come la realtà sia più assurda dell’immaginazione, soprattutto se prendiamo ad esempio molti film in cui si vedono terremoti e sciagure che spazzano via il genere umano, quando per farlo è sufficiente un animale affamato.

L’isola del faro di Abby Geni è un luogo fatto di pericoli, un paradiso ancestrale in cui vige la legge del più forte, l’unica legge alla quale nessuno può sottrarsi.

“È così che sappiamo di essere vivi: provando dolore.”

 

 

May the Force be with you!
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