Close-Up #42: Romanzo d’estate di Elisa Averna (Eretica Edizioni)

La trama poco rivela eppure quel poco è bastato ad incuriosirmi. Oggi vediamo più da vicino “Romanzo d’estate”, titolo suggestivo di cui Elisa Averna ci racconta qualcosa di più.

Data di uscita: 18 Settembre

Acquistalo subito: Romanzo d’estate

Editore: Eretica Edizioni
Genere: Romanzo storico
Pagine: /
Prezzo: € 14,00

Nell’Inghilterra vittoriana, tre sorelle sono mandate dalla loro istitutrice in vacanza in posti diversi ma vicini con il compito di scrivere un diario. Dai tre diari emergerà una realtà completamente diversa sul conto del barone Patterson, uomo dall’insospettabile tripla vita.

Elisa Averna, laureata in Lettere e Filosofia con indirizzo demo-etno-antropologico e specializzata in Conservazione dei Beni Culturali, si occupa di progettazione museologica. Ha pubblicato opere di saggistica e le seguenti opere di narrativa: Prisma (2019), Chiodi di ghiaccio (2020), Pizzi neri e merletti grigi (2020). Sono in corso di pubblicazione L’Aquila d’Oro – Sulle tracce del Quarto Reich (2021) e H.H Figlia della strada (2021).

Al solo pensiero di un periodo storico che mi affascina e al barone Patterson ho deciso di fare qualche domanda in più ad Elisa Averna, madre di “Romanzo d’estate”, storia che non vedo l’ora di leggere. Lascio quindi che sia lei a raccontarci qualcosa in più sul suo lavoro, che l’intervista abbia inizio!

  • Come nasce “Romanzo d’estate”?

Nasce grazie a Eretica Editore, la mia “ostetrica” solerte che mi ha seguito nel parto. “Romanzo d’estate” è il mio terzogenito di carta stampata e davvero non vedeva l’ora di nascere. Fuor di metafora, posso dire che è un romanzo che si è scritto da solo. Desideravo creare una storia che mettesse in difficoltà il lettore sul tema verità-menzogna: che cosa rende più colpevoli una menzogna salvifica o una verità “assassina”, profondamente distruttiva e dolorosa? Questo tema spinoso e scomodo si evince fin dall’epigrafe, che è una citazione di Carlos Ruiz Zafòn, ossia “Sono poche le ragioni per dire la verità, mentre quelle per mentire sono infinite”. Dunque il romanzo è nato proprio dal voler focalizzare l’attenzione su questo tema, sul parallelismo tra rivelato e nascosto, tra necessità di mentire od omettere e quella di essere onesti. Il lettore potrebbe essere sollecitato, seguendo le vicende del Barone, a ragionare sul rapporto menzogna e verità.

 

  • Da dove nasce l’ispirazione per i personaggi?

Connotare i personaggi in modo preciso è un’operazione piuttosto delicata. Ognuno di essi deve avere uno spazio d’azione dove far emergere le proprie peculiarità. Per il personaggio del barone Patterson ho pensato al ritratto di un uomo che fosse conturbante, il cui agire lasciasse spiazzato il lettore, un uomo che suscitasse un mix di sentimenti non troppo benevoli, ma… C’è un “ma” non di poco conto, quindi proseguire la frase implicherebbe fare spoiler. Posso solo dire che lavorare su di lui e sul suo agire è stato come risolvere un’equazione: tutto doveva tornare. Il Barone, con le sue azioni ambigue, potrebbe essere incasellato troppo facilmente in una certa tipologia umana e davvero richiede pazienza per conoscerlo e comprenderlo. Comprenderlo non significa condividerne le azioni, ma semplicemente andare a fondo sul perché egli agisca in un dato modo. In fondo, ognuno di noi, ha in sé anche una parte del Barone, una parte scomoda, da proteggere e da nascondere.

Per Estelle, l’istitutrice, ho pensato a una donna che esprimesse  fragilità e forza a un tempo. Entrare in empatia con Estelle, un concentrato di virtù femminili, mi è stato decisamente più facile e credo che lo sarà anche per il lettore. Quanto all’inserimento tra i personaggi delle due gemelle, Abigail e Justine, è una diretta conseguenza del fatto che sono sempre stata affascinata dal tema del doppio. Quando, da bambina, vidi per la prima volta al teatro i Menecmi di Plauto ne rimasi a dir poco incuriosita. Con Abigail e Justine, all’inizio coerenti con il modello delle gemelle identiche, inseparabili, dalle personalità interdipendenti, ho voluto superare lo stereotipo da loro rapresentato e così le ho sfidate. Ho fatto in modo che uscissero allo scoperto nelle loro peculiarità, anche se con un gran lavoro da parte di Estelle, facendole muovere liberamente nella storia, in attesa di una loro evoluzione.

Per la piccola Nellie, chiusa in un mutismo quasi totale da quando è rimasta orfana, ho pensato di investire il massimo amore “materno-autorale” che si possa avere per un personaggio. Gli altri personaggi si sono forgiati da soli, con il progredire della storia e funzionalmente all’intreccio.

 

  • Hai scelto un periodo che personalmente mi affascina. Come mai questa scelta?

Nella vita mi occupo di museologia, quindi spesso per lavoro mi devo addentrare nella storia di diverse epoche. Ho scelto l’epoca vittoriana  perché mi sembrava quella più adatta all’ambiguità del Barone. Il periodo vittoriano mi attrae molto perché, al pari dell’epoca medievale, si presta a fare da cornice a storie condite di mistero e di atmosfere cupe. D’altronde l’epoca vittoriana è rinomatamente una miniera di stranezze.

 

  • Parlaci un po’ di te. Com’è nata la tua passione per la scrittura?

Ho sempre avuto una grande passione per la lettura e la scrittura creativa. Fin da piccola il mio passatempo preferito era leggere e scrivere. A cinque anni iniziai a scrivere alcuni “pensieri sparsi” in versi, che raccoglievo in piccoli “volumi” intitolati “Maniaco”, a indicare la mia mania per la scrittura. Ogni anno ne scrivevo uno (Maniaco 1, Maniaco 2 e così via) e li regalavo o vendevo a parenti e amici.  Arrivai fino al “Maniaco Cinque”. Ancora li conservo. Sulla copertina in bella vista riportano scritto “Editrice Elisa Averna” e il costo in lire. Si può dire che sono stata un’inconsapevole antesignana del self publishing! Una realtà questa che da adulta non riscuote in me il benché minimo interesse, anche se lo trovo meno avvilente che rivolgersi alle sedicenti “case editrici” a pagamento.

Ad ogni modo in uno di questi “maniaci” scrivevo esplicitamente quanto la scrittura mi rendesse felice.  Amavo ascoltare gli adulti parlare e scambiarsi opinioni, ne traevo ispirazione per scrivere. La socializzazione con gli altri bambini era secondaria al mio interesse per il mondo degli adulti, dal quale sentivo di poter imparare tanto e soddisfare le mie innumerevoli curiosità. Ho un rapporto viscerale con la lettura e, oserei dire, quasi morboso con i libri. Amo l’odore della carta stampata, ma mi sto abituando anche ai libri digitali, soprattutto perché non implicano la deforestazione.

Ho pubblicato saggistica e dal 2019 ho iniziato a pubblicare narrativa: Prisma per Edikit, Chiodi di ghiaccio per Bertoni, Romanzo d’estate per Eretica e Pizzi Neri e merletti grigi per Nulla Die. Insomma scrivere per me è un’azione facile quanto respirare, un’attività quotidiana imprescindibile. Non la programmo, la pratico e basta. Annoto tutto ciò che mi passa per la mente e ovunque io mi trovi, per poi elaborare. Se ho l’impulso di scrivere, lo seguo. Mi lascio guidare dai miei personaggi. Sono loro che mi dettano la storia, un processo che accade a molti autori. Spesso litigo con i protagonisti e il Barone di “Romanzo d’estate” mi ha dato non poco filo da torcere.

 

  • C’è un genere letterario nel quale ti piacerebbe cimentarti?

 Senza dubbio preferisco viaggiare nei sentimenti umani e nell’essenza delle dinamiche emotive che caratterizzano la buona narrativa non di genere, tuttavia non do limiti alla mia versatilità e mi piacerebbe mettermi alla prova anche con generi lontani da me. Escludo però categoricamente di cimentarmi nella scrittura di romanzi fantasy centrati sulla solita sequela di combattimenti, popoli in contrasto, missioni impossibili e sullo zuppone di incantesimi, straordinarie imprese e via dicendo, perché mi annoiano mortalmente. Apprezzo invece i romanzi tra la fantascienza e il fantasy tanto da aver scritto “Pizzi neri e merletti grigi”, che rientra appunto in questo genere. Ovviamente amo i romanzi capolavoro di Mary Shelley ed Edgar Allan Poe.

 

  • Quali sono i tuoi autori o autrici preferiti? Chi ti ha avvicinato al mondo della lettura?

Mi sono formata con i classici della letteratura italiana, francese e russa e, in minima parte, con quelli inglesi, in questo caso concentrandomi più sulla drammaturgia. Della nostra narrativa classica ho amato Elio Vittorini, grazie a una lezione della mia amata insegnante delle medie, Daniele Del Sette, lezione in cui rimasi ipnotizzata nel sentir analizzare “Il garofano rosso”. Ho anche amato tantissimo Italo Svevo e Giovanni Verga. Con “Storia di una capinera” ho capito che non potevo fare a meno di leggere, che qualsiasi passatempo non mi avrebbe dato uguale soddisfazione e sollecitato pari passione. Tra gli autori contemporanei italiani per i quali ho una particolare propensione potrei citare Baricco e Mazzantini, ma non posso stilare una gerarchia, davvero mi è impossibile farlo perché da ciascuno di loro ho ricevuto tanto. Fuori dall’Italia il mio amore folle e incondizionato è per Marguerite Duras. Però, davvero, ho difficoltà a fare nomi, perché implicherebbe escluderne altri verso i quali mi sento comunque debitrice e sto parlando anche di giovani autori emergenti purtroppo ignorati dalla grande editoria.

 

  • Hai qualche consiglio per chi è ancora alle prime armi e vorrebbe diventare uno scrittore/una scrittrice?

Qui mi ripeto, quindi darei alcuni suggerimenti fondamentali assolutamente ovvi:

1) Leggere tanto, ma tanto veramente, spaziando dalla narrativa alla saggistica, per evitare di scrivere banalità, per affinare il proprio stile di scrittura e acuire il proprio spirito critico.

2) Formarsi una cultura degna di rispetto, semplicemente perché non si può diffondere conoscenza senza conoscere. Il proprio background culturale si rileva in ogni proprio scritto ed è il DNA dell’autore. È banale, ma è necessario da ricordare a quelle persone che scrivono senza aver mai letto o aver letto poco.

3) Essere onesti con se stessi. Se non si è alti e magri secondo i canoni attuali del mondo della moda, non si può diventare modelli/e e i corsi per sfilare in passerella non aumentano i centimetri. Così, se non si conosce la grammatica e la sintassi della lingua e non si ha un talento naturale per la scrittura, è meglio non illudersi. I corsi di scrittura creativa possono aiutare ad affinare la tecnica, ma non possono introiettare l’arte dello scrivere in chi non la possiede. Non sono fra coloro che sostengono che le idee sono importanti quanto la scrittura. L’idea può essere banale, ma scritta in modo eccelso e resa emotivamente intrigante; viceversa un’idea brillante può essere mortificata da un abito descrittivo povero e piatto.

4) Evitare, almeno che non si è gravemente affetti da vanity press, di pubblicare con le “case editrici” (alias “tipografie mascherate da case editrici”) che chiedono contributi agli autori: è degradante per gli autori e avvilente per il mercato dell’editoria. Affidarsi dunque solo agli editori NoEap. La cosa migliore da fare è essere pazienti perché, se un’opera è valida, prima o poi verrà pubblicata degnamente.

 

  • E per concludere, cosa dovrebbe aspettarsi il lettore quando prende in mano “Romanzo d’estate”?

Una storia che lo metta in seria difficoltà nell’esprimere un giudizio etico sul tema menzogna-verità.

Dritto in wishlist!

 

 

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