Tea time: #Bookshelf 1: Eleanor Oliphant sta benissimo

 

Ammetto che questo caldo torrido e soffocante non mi mancava per niente, ma purtroppo si sa, le vacanze finiscono sempre troppo presto! Per questo nuovo ritorno alla solita routine mi sono posta un obbiettivo: dare finalmente spazio ai romanzi che riposano nella mia libreria. Certe volte è davvero difficile resistere alla tentazione di comprare un romanzo, purtroppo mi capita troppo spesso di non riuscire a leggerlo subito, di metterlo a riposo con la promessa di iniziare la lettura il prima possibile ma alla fine lasciarlo paziente a dormire. In questo modo ho accumulato una sostanziosa quantità di romanzi che attendono di essere aperti, il protagonista del primo di Tea time #Bookshelf è Eleanor Oliphant sta benissimo di Gail Honeyman.

 

 

Editore: Garzanti
Data di uscita: 17 Maggio 2018

Pagine: 330
Prezzo: 17.90 €
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Mi chiamo Eleanor Oliphant e sto bene, anzi: benissimo. Non bado agli altri. So che spesso mi fissano, sussurrano, girano la testa quando passo. Forse è perché dico sempre quello che penso. Ma io sorrido, perché sto bene così. Ho quasi trent’anni e da nove lavoro nello stesso ufficio. In pausa pranzo faccio le parole crociate, la mia passione. Poi torno a casa e mi prendo cura di Polly, la mia piantina: lei ha bisogno di me, e io non ho bisogno di nient’altro. Perché da sola sto bene. Solo il mercoledì mi inquieta, perché è il giorno in cui arriva la telefonata dalla prigione. Da mia madre. Dopo, quando chiudo la chiamata, mi accorgo di sfiorare la cicatrice che ho sul volto e ogni cosa mi sembra diversa. Ma non dura molto, perché io non lo permetto. E se me lo chiedete, infatti, io sto bene. Anzi, benissimo. O così credevo, fino a oggi. Perché oggi è successa una cosa nuova. Qualcuno mi ha rivolto un gesto gentile. Il primo della mia vita. E questo ha cambiato ogni cosa. D’improvviso, ho scoperto che il mondo segue delle regole che non conosco. Che gli altri non hanno le mie stesse paure, e non cercano a ogni istante di dimenticare il passato. Forse il «tutto» che credevo di avere è precisamente tutto ciò che mi manca. E forse è ora di imparare davvero a stare bene. Anzi: benissimo.

 

 

Ho acquistato questo romanzo di getto, senza informarmi a fondo sulla storia, è bastato uno sguardo veloce alla trama per farmi venir voglia di tuffarmi tra le sue pagine. Eleanor Oliphant sta benissimo è descritto come un capolavoro, un libro destinato a rimanere negli annali della letteratura, una storia unica e rara, il romanzo d’esordio più venduto di sempre; come potevo lasciarlo in libreria? Semplice, non ci sono riuscita! È giunto finalmente il momento di scoprire di che cosa si tratta, non vedo proprio l’ora di immergermi tra le righe di questa nuova avventura, sono certa si rivelerà un piacevole incontro. Nel frattempo scopriamo insieme l’inizio del romanzo.

 

Quando qualcuno – tassisti, igienisti dentali – mi chiede che cosa faccio, io rispondo che lavoro in un ufficio. In quasi nove anni nessuno mi ha mai chiesto di che tipo di ufficio si tratta o che genere di lavoro svolgo. Non so decidermi se è perché corrispondo perfettamente alla loro idea di come dev’essere una che lavora in un ufficio oppure se è perché la gente sente la frase lavoro in ufficio e automaticamente completa gli spazi bianchi: una tizia che fa le fotocopie, un tipo che digita su una tastiera. Non mi lamento. Sono contenta di non dovermi addentrare nei dettagli tortuosi e affascinanti delle note di credito. Quando ho cominciato a lavorare qui e tutti mi facevano quella domanda, io rispondevo che lavoravo in un’agenzia di graphic design, ma a quel punto i miei interlocutori supponevano fossi un tipo creativo. Mi ero stufata di vedere le loro facce diventare inespressive quando spiegavo che mi occupavo di back office e non usavo le penne con la punta fine né i software fichi.
Adesso ho quasi trent’anni e lavoro qui da quando ne avevo ventuno. Bob, il proprietario, mi ha assunto poco dopo l’inizio dell’attività. Immagino che provasse pena per me. Avevo una laurea in lettere classiche e nessuna esperienza di lavoro degna di nota, e al colloquio mi ero presentata con un occhio nero, due denti mancanti e un braccio rotto. Forse, a quell’epoca, aveva subodorato che non avrei mai aspirato a qualcosa di più di un lavoro d’ufficio mal pagato, che mi sarei accontentata di stare nella sua agenzia e gli avrei risparmiato la scocciatura di dover ingaggiare una sconosciuta. Forse aveva anche intuito che non avrei mai preso dei giorni liberi per andare in luna di miele e non avrei mai chiesto un congedo per maternità. Non lo so.

 

 

 

Voi avete già letto questo romanzo?

 

 

 

May the Force be with you!
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