TGIF – Book Whispers #41: I libri consigliati di questa settimana

Giuro solennemente di avere buoni consigli…

La scorsa volta non sono riuscita a postarvi i miei preferiti, quindi recupero oggi tirando le somme di entrambe le settimane. Scegliere tre letture non è stato facile, ultimamente mi stanno capitando sotto mano romanzi favolosi. Prima di cominciare vi ricordo di passare da Sara (Bookspedia) per scoprire i suoi consigli letterari di questa settimana. Pronti per il Book Whispers?

L’inferno è vuoto di Giuliano Pesce

Pagine: 256

È domenica e tutto va storto.
Il papa si butta dal balcone e Roma affonda nel caos.
A Milano, Fabio Acerbi, agli ordini di un editore molto grande, corre a prendere il treno. Sogna di scrivere un best seller, ha già appuntamento con un cardinale.
Ma chi è questa rossa, sul sedile di fronte, con le iridi così verdi da mettere a disagio?

Poi c’è Alberto Gasman, che si sveglia in una saletta dell’Hype Club: alle prese con visioni fluorescenti, il cadavere di un presentatore stroncato dalla coca e una minorenne in cerca di guai.
Il Cobra non lo paga certo per questo, ed è la volta che lo punirà. Se impalandolo, bruciandolo vivo o affidandogli una missione suicida, Alberto Gasman lo scoprirà presto, perché il Cobra lo aspetta alle tre.
Ma chi è questa bella che sale le scale? Capelli rossi, collo leggero e fragile, un neo sulla guancia da baciare. Cosa ci fa nel bordello da cui il Cobra manovra la città?

È martedì e tutto gira a mulinello.
La nipote del prefetto è scomparsa, e spuntano cadaveri in ogni angolo.
Il commissario De Santis balza da un verbale all’altro, spiritato: i misteri danno senso all’esistenza, e a lui è scoccata la scintilla.
Qualcosa lega Fabio Acerbi, il Cobra e Alberto Gasman.
Ma chi era quella donna di rara bellezza, al Grand Hotel Semiramide? Gli occhi verdi, ferini: i capelli che cadono sulla schiena come lava incandescente.

“La felicità è tutta qui: un’estasi rapida. Neanche il tempo di assaporarla e già svanisce: scivola nei ricordi, invecchia alla velocità della luce. Nei casi migliori evapora senza lasciare traccia, in quelli peggiori si trasforma in rimpianto.”

Giuliano Pesce è riuscito a catturare la mia attenzione sin dalla prima pagina, ma poco a poco mi sono resa conto che quello che stavo leggendo, oltre ad essere un romanzo dinamico e ben costruito, si è rivelato anche un ottimo esempio di una messa in scena teatrale, enfatizzata nei punti giusti e travolgente in tanti altri.

Da sempre si pensa che la fotografia rubi l’anima delle persone, ma in questo caso è stata la penna dell’autore a farlo, perché i suoi personaggi hanno quel giusto grado di imperfezione che li rende reali, come se fossero persone vere, smascherate davanti al pubblico che mostrano la loro vera faccia, quella che di solito è nascosta da un sorriso finto o da un saluto forzato.

A conti fatti le vicende narrate accadono in tre giorni soltanto, che però sembrano quasi dilatarsi visti dagli occhi dei protagonisti, come se il tempo si piegasse per dar loro lo spazio necessario a tutto ciò che devono fare, senza lasciare loro un pretesto per non agire, una sorta di piccolo inferno sulla terra.

Ogni sua frase è come una poesia, anche prese singolarmente racchiudono un significato che li rende completi così come sono, ma poi succede un miracolo qualcosa di inaspettato: continuano.

La penna dell’autore è molto allenata, capace di ammaliare con le parole chi legge, tenendolo incollato alle pagine, nonostante la storia sia semplice da comprendere sono i dettagli che catturano l’occhio.

La domenica lascia spazio al lunedì e le conseguenze di tutte le azioni sbagliate si ritorcono contro i personaggi e poi nel martedì raggiungono l’apice esplodendo come fuochi d’artificio. Questa è la prima volta che mi imbatto in un romanzo di Giuliano Pesce e per questo devo ringraziare Marcos y Marcos, non solo ho scoperto una lettura coinvolgente ma in più mi sono resa conto di averlo divorato in così breve tempo da sentire ora l’astinenza per un nuovo romanzo.

“L’inferno è vuoto” è un viaggio nell’anarchia più assoluta, all’interno di un girone dell’inferno mascherato come il palcoscenico di uno spettacolo teatrale.

Isola di Siri Ranva Hjelm Jacobsen

Pagine: 216

Una giovane ragazza danese ha nostalgia di un’isola verde e impervia battuta dai venti del Nord, un’isola delle Faroe dove non ha mai vissuto ma che ha sempre sentito chiamare «casa», perché da lì emigrò la sua famiglia negli anni Trenta. Comincia così, dall’urgenza di riappropriarsi delle sue origini e di una cultura che ha ereditato ma non le appartiene, il suo viaggio di ritorno a Suðuroy, da cui nonno Fritz, pescatore dell’Artico, partì alla ricerca di un destino migliore, e nonna Marita, sognatrice irrequieta, fuggì verso il mondo e la modernità.

Un viaggio nella storia di una famiglia e di questo piccolo arcipelago sperduto nell’Atlantico, che è stato coinvolto nel secondo conflitto mondiale e nella guerra fredda e che ha lottato fieramente per una sua autonomia dalla Danimarca. Un viaggio nella memoria e nel mito che perdura in queste terre sospese nel tempo, tra le asprezze di una natura primigenia, dove ogni racconto di vita si colora di leggenda, dall’amore segreto tra Marita e Ragnar il Rosso, falegname filosofo e ribelle che chiama i gabbiani «i proletari del mare», alla roccia incantata nel giardino di zia Beate, che attira sciagure su chi prova a rimuoverla. 

Romanzo d’ispirazione autobiografica, scritto in una prosa poetica audace e distillata in immagini di rara forza evocativa, Isola è un canto d’amore alle Faroe e un racconto sulle ripercussioni intime dell’emigrazione, sul ruolo degli affetti e dei legami di sangue nell’identità di una persona, sul bisogno di radici o almeno di un’Itaca dell’anima, un posto che si possa chiamare casa.

Nessun’isola è un’isola. […] Alcune isole erano solo di passaggio. Venivano dal mare. Altre avevano una loro rotta, erano come uccelli migratori e ricomparivano sempre nello stesso luogo. Portavano con sè grandi ricchezze, cascate d’argento e branchi di maiali grassi, e i loro monti coperti di brughiere ardevano a tal punto nel sole della sera da far piangere gli uomini.

In Siri Ranva Hjelm Jacobsen i colori esplodono e man mano che si espandono iniziano a perdere di consistenza, desaturandosi fino a diventare un’infinita scala di grigi. La sua prosa riecheggia potente fra le pagine del romanzo e attinge alle antiche canzoni dei bardi nordici, piene di leggende, misteri, e di storie di vita, una di quelle in cui gli eroi contano, ma non valgono niente senza una persona da difendere o un mostro da abbattere. L’autrice però si spinge oltre rendendo protagonisti oltre al luogo anche ai ricordi legati alle piccole cose, ai racconti dei nonni o semplicemente alle dicerie di paese.

Il viaggio che percorriamo insieme alla protagonista è ricco di emozioni e memorie, dallo sbocciare di un sentimento come l’amore alla quotidianità vissuta attraverso i ricordi, come la pesca o il semplice chiacchiericcio. Questo libro porta con sé i tratti di un romanzo autobiografico, donandoci degli stralci della vita dell’autrice, piccoli fili che uniscono i ricordi alla fantasia ed evidenziano l’importanza delle origini di una persona.

Isola è un viaggio a ritroso sulle orme del passato, un passo alla volta fino a ritrovare sé stessi alla fine di un percorso che va incontro alle proprie origini.

L’isola del faro di Abby Geni

Pagine: 312

Attratta dal fascino della natura estrema delle isole Farallon, il remoto arcipelago al largo della costa californiana, Miranda decide di trascorrervi un anno intero per immortalare il paesaggio e gli animali che lo popolano. Miranda è infatti una fotografa naturalista che ama girare il mondo spinta anche da una costante inquietudine, originata da una ferita nel suo passato. Quando sbarca su una delle isole, riceve un’accoglienza molto fredda da parte dei pochissimi abitanti, un gruppo di biologi impegnati nello studio della fauna locale. Circondati dalle forze che agiscono incontrastate su un luogo dimenticato dalla civiltà, i ricercatori sembrano quasi essersi adattati a quella vita, assorbendone la violenza e l’asprezza. Finché un giorno Miranda rimane vittima di una brutale aggressione da parte di uno dei ricercatori, che poco dopo verrà ritrovato morto. Apparentemente per un incidente. Ancora sotto shock, Miranda si convince che l’isola, con la sua forza incontaminata, abbia fatto giustizia, che l’abbia vendicata. Cercherà quindi di pacificarsi con il suo passato e con quello che ha subito. Ma quando il sangue tornerà a scorrere sulle Farallon, nessuno potrà più dirsi al di sopra di ogni sospetto.

“Ricordare significa riscrivere. Fotografare significa sostituire. Penso che gli unici ricordi affidabili siano quelli dimenticati. Sono la camera oscura della mente: intonsi, intatti, incontaminati.”

Vivere in un’ambiente così ostile non è un’impresa facile, sono pochi quelli che resistono a una sfida del genere, l’isola poco a poco divora chiunque, che sia umano o animale, queste spiagge sono un immenso cimitero che ospita le spoglie di tutti coloro che si sono dimostrati deboli ed è nella morte che emerge la cruda bellezza di questo atollo.

Lo stile della Geni è descrittivo e allo stesso tempo suggestivo, riesce a trasmettere l’inquietudine di non sentirsi al sicuro neanche con un tetto sulla testa. Per sopravvivere alle Farallon bisogna non soltanto essere forti ma anche furbi, mimetizzarsi con la natura e avere un pizzico di fortuna.  

Fra le pagine del libro sembra quasi delinearsi la storia dell’evoluzione, un continuo susseguirsi di azioni e conseguenze, un meccanismo antico come la Terra e spietato come un serial killer. La natura non guarda in faccia nessuno, noi crediamo di piegarla, ma è lei che si inchina per tenerci sulle spine, aspettando il momento opportuno per cancellarci dalla faccia del pianeta. La stessa cosa accade sull’isola, dove ognuno è responsabile di sé stesso, non c’è spazio per l’altruismo, non si pensa con la pensa di un’animalista e non si concede niente a nessuno, se accarezzi una foca è probabile che ti stacchi un braccio a morsi, se vedi un uccello volare in cielo è meglio mettersi a riparo, perché sarà lui a banchettare con il tuo corpo, non uno zombie.

È quasi ridicolo pensare a come la realtà sia più assurda dell’immaginazione, soprattutto se prendiamo ad esempio molti film in cui si vedono terremoti e sciagure che spazzano via il genere umano, quando per farlo è sufficiente un animale affamato.

L’isola del faro di Abby Geni è un luogo fatto di pericoli, un paradiso ancestrale in cui vige la legge del più forte, l’unica legge alla quale nessuno può sottrarsi.

Per questo appuntamento è tutto!
Alla prossima!

May the Force be with you!
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