TGIF – Book Whispers #59: I libri consigliati di questa settimana

Giuro solennemente di avere buoni consigli…

In questa domenica in cui sono ancora sfinita dalla giornata di ieri torno per consigliarvi tre letture che mi hanno tenuto compagnia questa settimana, tre generi diversi che mirano dritto al cuore e alle quali è impossibile resistere. Pronti per il Book Whispers?

Prima di cominciare vi ricordo di passare da Sara (Bookspedia) per scoprire i suoi consigli letterari di questa settimana.

Il pavee e la ragazza di Siobhan Dowd

Pagine: 101

Quando la famiglia di Jim, nomadi irlandesi di etnia pavee, si accampa a Dundray, la città è un posto ostile. Bullismo, insulti, e una nuova scuola da esplorare senza saper leggere una parola. Poi Jim incontra Kit, che lo accoglie sotto la propria ala e gli insegna a sopravvivere. Ma il pregiudizio quotidiano e un’irrazionale violenza minacciano di sradicare interamente le loro vite.

Jim pensò di avvicinarsi a lei per dirle ciao, ma quando fece per muovere i piedi in avanti fu come se un campo di forza lo fermasse, con la voce di suo padre che gli diceva di tenersi alla larga. «Non ti invischiare con nessuno dei buffer. Sono tutti uguali. A noi pavee ci odiano. Con loro, fai quello che devi fare e poi vattene.»

Non è un caso parlare dell’importanza del racconto di Siobhan Dowd oggi. Basta guardarsi attorno per capire quanto sia attuale. È una storia che ha un forte impatto emotivo, un racconto che con la sua semplicità e i suoi personaggi ci catapulta in un mondo pieno di pregiudizi, dove il bullismo è all’ordine del giorno e non sono le azioni a definire una persona, ma il luogo d’origine. 

Di solito vediamo i nomadi dal punto di vista di chi vive nel posto che occupano, siamo soliti vederli come intrusi o peggio come ospiti indesiderati che hanno imposto la loro presenza. Per le cattive azioni di pochi a pagare sono tutti, è vero qualcuno di loro ruba ma non tutti sono così, infatti fra di loro c’è chi vuole lavorare ma non può farlo proprio a causa di questi pregiudizi, “tanto loro sono tutti ladri e criminali” o almeno la pensiamo sempre così quando li vediamo in mezzo alla strada a chiedere l’elemosina.

Le illustrazioni di Emma Shoard che accompagnano il racconto sembrano quasi schizzi di colore, che nella loro semplicità danno vita a delle forme che sembrano reali, come se traducessero la situazione che vivono questi due ragazzi in immagini, ma non soltanto raffigurando un evento per come accade, ma immortalando anche le sensazioni e l’emozione che Siobhan Dowd è riuscita a riversare sulla carta.

Non qui, non altrove di Tommy Orange

Pagine: 326
Ogni anno, a Oakland, in California, gli indiani d’America organizzano un raduno, una grande festa della nazione perduta e impossibile da dimenticare. Ogni anno, oltre le perline colorate, le penne fra i capelli e il folklore turistico delle riserve, migliaia di nativi del Nord America confluiscono lì da altre città, dove vivono senza sentirsi mai a casa. Si ritrovano per cercare l’uno nell’altro una patria, per riavere un luogo che, almeno per un giorno, sia di nuovo solo loro. E ognuno lo fa a modo suo. Il giovane Dene tiene viva la memoria dello zio raccogliendo testimonianze per un documentario. Edwin entra a far parte dell’organizzazione del powwow, come i nativi chiamano l’evento, per conciliare le sue origini miste. Jacquie cerca di riprendere le fila della sua vita disperata attraverso quella famiglia che non sa più di avere. E così, insieme agli altri formidabili personaggi che popolano il romanzo, con le loro storie maledette e potenti che si intrecciano l’una all’altra, quegli uomini e quelle donne si preparano a vivere una giornata speciale, che si rivelerà fatale per tutti. “Non qui, non altrove” è il ritratto di un’America che quasi nessuno di noi conosce. È memoria, spiritualità e bellezza. È identità, violenza e riscatto. È la storia di una nazione e del suo popolo. È la rabbia e la nostalgia per un qui che abbiamo considerato nostro e custodiamo nel cuore, ma che in qualche modo, portandocelo via, altri ci hanno costretto a chiamare altrove.
“Essere indiano non ha mai significato il ritorno alla terra. La terra è ovunque o da nessuna parte.”

Ed è proprio questa la potenza narrativa di Orange, il fatto che guidando il lettore nel limbo iniziale, filtrato dai suoi occhi, mostra come il mondo vede da sempre i nativi americani e come loro stessi hanno imparato a vedersi attraverso il giudizio degli altri. Le tribù hanno smesso di “esistere” nel momento in cui c’è stata una distorsione dell’immagine dei nativi, la loro storia scritta col sangue e la morte è passata in eredità come qualcosa di vendibile, un souvenir da spedire a un amico, un acchiappasogni bello abbastanza da appendere alla porta. Ai moderni indiani invece è toccato il “fardello” di vivere con un peso troppo grande sulle spalle ed è questo il motivo che li porta a domandarsi cosa significhi essere un indiano d’America oggi, in un mondo evoluto abbastanza da uniformare ogni cosa, ma ancora troppo chiuso per accettare ciò che è diverso.

Ai suoi personaggi affida il compito di raccontare il mondo nativo odierno che a differenza di quello passato è frammentato, diviso dalla scarsa consapevolezza delle proprie origini o slegata come un filo strappato da quel poco che si conosce, che sperano di trovare la propria identità in un raduno enorme come il powwow, un evento per ricordare ciò che si è perduto, forse le radici che non si riescono più a intravedere. Parliamo di figure che non si muovono più all’interno di una riserva o raccontano leggende dinnanzi a un falò, ma che si scontrano con la cruda e nuda realtà, quella che vede problemi di violenza, alcool, droga e la ricerca della propria identità.

Uno a uno li vediamo mettersi di fronte a uno specchio e cercare di mettere a fuoco il proprio riflesso, trascinando il lettore attraverso una storia cupa, tormentata e difficile, qualcosa dinnanzi alla quale chi legge non può restare indifferente, il volto di un’America mai vista e che si cela ancora dietro all’illusione che il sogno americano esista ancora.

Resta con me di Elizabeth Strout

Pagine: 381

Tyler Caskey è una presenza insolita per la comunità di West Annett: è giovane e i suoi sermoni sono brillanti, frutto di una preparazione e di una sensibilità fuori dal comune. Ed è diverso dalle precedenti guide spirituali che i fedeli hanno conosciuto perché ha carisma e una moglie di grande bellezza e sensualità accanto. Quasi uno schiaffo di vitalità per tutta la cittadina. Eppure un giorno tutto può cambiare, l’attrazione trasformarsi in sospetto e maldicenza. La giovane signora Caskey muore. Una morte che travolge il marito e le loro bambine in modo irreversibile. La figlia maggiore, Katherine, di appena cinque anni, smette di parlare chiudendosi in un silenzio impenetrabile; Tyler non trova più le parole adatte in chiesa, né alcuna misericordia per chi si rivela ottuso, arido, distante. Cosa resta, quindi, del conforto religioso? Poco o niente, se di fronte alla fragilità di un lutto che si apre come una voragine nessuno riesce a compenetrarsi nel dolore altrui, se le meschinità di un quotidiano prosciugato di ogni calore si moltiplicano tra le mille illazioni che corrono lungo i fili del telefono propagando sciocche storie di adulterio o di malattia mentale. È vero, sono i conformisti anni Cinquanta, e West Annett è nel Maine, una terra di antichi pionieri rigidamente protestanti. Ma Resta con me si dilata oltre ogni confine e ci conduce nelle pieghe più oscure dei rapporti affettivi, lì dove ogni perdita può rivoluzionare una vita. Scendere, per risalire più in alto: questa è Elizabeth Strout, nella sua scrittura puntuale, nei chiaroscuri emozionali, e in quello sguardo sul mondo nel quale dilaga ancora, inaspettata e dunque più preziosa, l’eco di un’imperscrutabile salvezza.

“La cosa importante, lo stupore di quei bei vestiti e delle scarpe scambiate, si levava grossa come una montagna, e le parole erano formichine incapaci di arrampicarsi fino in cima; neppure uno strillo ce l’avrebbe fatta.”

Quello che mi ha colpito di questo romanzo è lo stile della Strout, il fatto che comprima un intero universo all’interno di una biglia dove è possibile vedere anche il più piccolo dettaglio, sia dal punto di vista della storia che dei personaggi, la sua penna penetra fino in fondo all’animo delle persone che popolano queste pagine, raccontando cosa accade all’interno di una comunità religiosa e ristretta come quella di West Annett, dove un giovane pastore, Tyler Caskey, comincia a sentire il peso della sua vocazione.

Essere una guida spirituale innanzitutto lo eleva al di sopra dei fedeli che lo guardano quasi come se fosse un supereroe e non un essere umano e questa consapevolezza lo schiaccia, lo porta ad avere un conflitto interiore che lo divide, da una parte c’è il pastore che indossa la maschera della felicità e dall’altra un uomo distrutto dalla vita e dalla sua perdita, quella che ha visto sua moglie spegnersi a causa di una terribile malattia e due bambine piccole di cui occuparsi, solo che mentre la più piccola è stata mandata via dai nonni, Katherine, vive con suo padre e ha eretto un muro tra lei e il mondo esterno, rifiutandosi di parlare.

La fede si scontra con la realtà, quella di una comunità dove si sta bene anche quando si sta male, in cui la religione non riesce a confortare il dissidio interiore che alberga nel cuore di Tyler Caskey e si espande, mostrando il malessere e la difficoltà di essere genitori, di vivere, essere uomini e non riuscire a trovare una via d’uscita al solito vicolo cieco. In questo devo dire che Elizabeth Strout si è rivelata sublime, nel saper andare oltre alla caratterizzazione dei suoi personaggi, rendendoli tangibili, tra storielle di paese e scandali che aprono tante piccole ferite nel cuore di una comunità.

Per questo appuntamento è tutto! Ricordate di passare da Bookspedia per scoprire i titoli consigliati da Sara.
Alla prossima!

 

 

 

 

 

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