The whispering room: La Madre, il Maestro, Shakespeare e Dio di Giulia Bracco

 

Ricordati che qualsiasi momento è buono per cominciare. Apprendi dagli audaci, dai forti, da chi non accetta compromessi, da chi vivrà malgrado tutto. Alzati e guarda il sole nelle mattine e respira la luce dell’alba. Tu sei la parte della forza della tua vita. Adesso svegliati, combatti, cammina, deciditi e trionferai nella vita; Non pensare mai al destino, perché il destino è il pretesto dei falliti.
(Pablo Neruda)

Editore: CAFFèORCHIDEA
Genere: Narrativa
Pagine: 352
Prezzo: 15.00 €
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Hector e Nabel sono figli dello stesso padre, il Professor Lucrezio Minenti: luminare della Fisica, adulato negli Istituti di Ricerca di tutto il
mondo, sospettato di essere coinvolto nella messa a punto della Macchina del Tempo. Essi sono cresciuti con madri diverse, in paesi differenti. Due universi
paralleli, mai del tutto slegati fra loro: Hector è un artista, si prepara a una collaborazione con Tim Burton; Nabel ama la scrittura, ma cancella
tutto quello che scrive. L’incontro fra i due giovani squarcia l’impassibile regolarità della vita
del Professore, apre varchi fra città d’Europa, ritagli di giornale e borse cadute dal cielo, fino a ricostruire le trame inesauribili che sottendono
alle vite degli uomini, nelle loro sconfitte, come nei loro momenti di gloria. Qualcuno ci sorveglia mentre scriviamo: la Madre. Il Maestro. Shakespeare. Dio; così Martin Amis in “London Fields”. In queste pagine i quattro sorveglianti ci sono tutti. Danzano sulle spalle di Nabel, dipanano i fili del romanzo come garzoni di un teatro o giullari dalle ombre pesanti, in uno spettacolo imprevedibile e senza repliche.

  • Come è nata l’idea di La Madre, il Maestro, Shakespeare e Dio?

E’ nata in un periodo in cui leggevo molti saggi e articoli di autori come Bruce Lipton, Gregg Braden o Deepak Chopra: medici, biologi o ricercatori che lavorano tra l’altro alle influenze ambientali sulla programmazione dei nostri pensieri e al potere che le parole che pronunciamo hanno sulla nostra realtà, tutti temi cari alla fisica quantistica. E’ qualcosa in cui istintivamente ho sempre creduto, e trovare un fondamento scientifico mi ha dato fiducia nell’interpretare in questo modo la storia di formazione di due ragazzi, il loro viaggio verso l’età adulta, il loro bisogno di immaginare e materializzare i propri sogni. Volevo una storia che parlasse del potere che abbiamo di creare il nostro mondo anche e soprattutto attraverso le parole, quelle scritte, quelle dette, e quelle che proprio non riusciamo a dire per definire ciò che siamo o vogliamo.

 

  • C’è un episodio che le si è delineato prima degli altri?

Il primo incontro tra i due protagonisti, Nabel ed Hector, due fratelli che non si sono mai visti prima. Si tratta della prima parte che ho scritto, mi ha aiutato a impostare da subito gli equilibri nel loro rapporto, che non sarà sempre facile. E’ un dialogo forte, forse un po’ surreale, alla fine del quale i due ragazzi si accettano e si legano l’uno all’altra ancora prima di razionalizzare la situazione. E’ all’inizio del libro; probabilmente pima di lanciarmi nel resto della storia sentivo l’urgenza di mettere subito Nabel, così chiusa e malinconica, fuori da quella zona di comfort dove pure lei, più volte, nel corso del romanzo, tenderà a ritornare. Anche se il libro poi seguirà una certa evoluzione, quel primo dialogo segna l’inizio di un percorso di crescita per Nabel, un percorso duro, ma che la porterà molto lontano, soprattutto grazie a Hector stesso.

 

  • A quale dei suoi personaggi è più legata?

Hector: sognatore, provocatore, ribelle ma all’occorrenza anche tenero. Hector trasforma il dolore e la rabbia in bellezza, ed è lui che tiene uniti tutti con il suo straordinario senso di umanità e di perdono. Gli ho lasciato attorno volutamente un po’ di mistero; mi diverte immaginare che abbia fatto solo un giro nel romanzo e che esista davvero, lui e le sue prossime invenzioni.

 

  • C’è qualche curiosità che non ha scritto nel romanzo e vuole condividere con i suoi lettori?

Sì, ce n’è una cui sono legata. A un certo punto Nabel ed Hector vedono “piovere” dal cielo una borsa, precipitata da un tetto. Ecco, in genere scrivo programmando una specie di scaletta, e quella scena non era affatto prevista. I ragazzi stavano chiacchierando, io ho letteralmente avvertito il tonfo della borsa e seguito l’ispirazione scrivendo. Ho capito che avrebbe funzionato come una specie di capsula del tempo per uno di loro, ma ho atteso coi protagonisti di capire dove ci avrebbe portati. Il contenuto della borsa è svelato completamente solo alcuni capitoli dopo: c’è dentro qualcosa che avrebbe mostrato a Hector tutta la sua realtà da un altro punto di osservazione e per questo avrebbe cambiato il corso degli eventi per lui. Posso dire di aver aperto completamente la borsa insieme a lui in quel momento, non un rigo prima.

 

  • Quale messaggio vorrebbe arrivasse a chi legge il suo libro?

Mi piace pensare che ce ne sia più di uno e che ognuno possa sentire più forte il proprio. Tra tutti, la certezza che siamo tutti interconnessi. Al di là delle argomentazioni scientifiche o spirituali, condividere il momento della nostra esistenza – il nostro spazio-tempo- anche solo per pochi attimi significativi con l’altro, sia che si tratti di qualcuno che amiamo sia che si tratti di uno sconosciuto, implica un piccolo contagio di pensieri, emozioni, sentimenti. E’ uno scambio che da quel momento in poi lascia una traccia oltre il momento stesso, e come il libro vorrebbe suggerire, può trascendere le convenzioni, la logica, e perfino la morte. Nessun uomo è un’isola, diceva John Donne. E’ qualcosa di consolatorio, ma che nasconde anche una profonda responsabilità.

 

  • Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Ho terminato tempo fa la stesura di un romanzo a sfondo storico che ha come protagonista un musicista. E’ un’opera corposa e anche questa piena di intrecci. Il lavoro di limatura mi piace e mi appassiona, ma nel frattempo sto aspettando un’ispirazione imprevista che mi costringa a lavorarci di nuovo, qualcosa che mi sorprenda, magari come quella borsa caduta dal tetto per Nabel ed Hector. Finché non accadrà, vorrà dire che la storia non si è ancora animata di vita propria, e dunque non è pronta a lasciarsi andare.

 

 

 

 

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