TGIF – Book Whispers #37: I libri consigliati di questa settimana

Giuro solennemente di avere buoni consigli…

Tirando le somme, questa settimana, è stata tutta al femminile. Prima Elizabeth Jane Howard, poi Ruth Ware e ciligiena sulla torta, Valentina Farinaccio. Prima di cominciare vi ricordo di passare da Sara (Bookspedia) per scoprire i suoi consigli letterari di questa settimana.

All’ombra di Julius di Elizabeth Jane Howard

Pagine: 328
Londra, anni Sessanta. Sono trascorsi vent’anni da quando Julius è venuto a mancare, ma il suo ultimo gesto eroico ha lasciato un segno indelebile nelle vite di chi gli era vicino. Emma, la figlia minore, ventisette anni, lavora nella casa editrice di famiglia e non mostra alcun interesse verso il matrimonio. Al contrario, Cressida, la maggiore, è troppo occupata a struggersi a causa dei suoi amanti, spesso uomini sposati, per concentrarsi sulla carriera di pianista. Nel frattempo Esme, la vedova di Julius, ancora attraente alla soglia dei sessant’anni, rifugge la solitudine perdendosi nella routine domestica della sua bellissima casa color rosa pesca. E poi c’è Felix, ex amante di Esme e suo unico vero amore, che l’ha lasciata quando il marito è scomparso e torna in scena dopo vent’anni di assenza. E infine Dan, un estraneo. Le tre donne e i due uomini, legati da un filo che solca presente e passato, si ritrovano a trascorrere un fine settimana tutti insieme in campagna: caratteri e personalità, segreti e lati nascosti, emergeranno attimo dopo attimo in queste giornate intense, disastrose e rivelatrici, sulle quali incombe, prepotente, l’ombra di Julius.

Ma come si fa a rendersi felici? È questo che vorrei sapere. Non saperlo mi spinge a tentare di arrangiarmi con quello che ho. Una prospettiva davvero meschina.”

La regina di questa settimana è lei, Elizabeth Jane Howard, conosciuta per la saga dei Calzalet. Sono felicissima di aver potuto leggere “All’Ombra di Julius”, romanzo pubblicato per la prima volta nel 1965 e che nonostante gli anni di differenza, sembra così moderno.

La sua esistenza è frammentata nei ricordi di molti, più spesso palesata come un’assenza che un’esistenza, rendendolo quasi un fantasma nelle vite di tutti coloro che lo hanno avuto accanto, soprattutto in quella di sua moglie, Esme. È sbagliato pensare che sia Julius al centro di tutti gli avvenimenti di questo romanzo, infatti è la sua mancanza nella vita dei protagonisti e il confronto fra il suo tempo nel mondo dei vivi e quello nel mondo dei morti a determinare il vero nucleo del romanzo, che ruota tutto attorno al fatto che lui non è stato per niente presente nella vita dei suoi cari, non dopo che ha scelto di salpare verso Dunkerque per dare manforte ai combattenti.

Sembra quasi un paradosso ma a volte non sono le azioni di una persona a determinare la deriva della vita di un’altra, bensì è il suo non agire, la sua mancanza e la sua impossibilità di dare aiuto a chi ne ha bisogno che possono sconvolgere l’esistenza di una persona, lasciando alla deriva in un mare di emozioni contrastanti che si annullano a vicenda.

Questo è un romanzo corale che esplode in tutta la sua intensità, mettendo a nudo l’animo dei suoi personaggi, le loro imperfezioni e le loro mancanze.

Pur essendo stato pubblicato nel 1965 questo è un libro molto moderno, attuale, che racconta una storia fatta di silenzi, parole non dette che segnano per sempre la schiena dei protagonisti. I personaggi cercano di incastrare le proprie vite senza rendersi conto che alcune tessere faticano a trovare una collocazione, per questo si spezzano e saltano fuori dall’immagine che dovrebbe comporsi.

“All’Ombra di Julius” è un romanzo che si compone come un mosaico, costruendo di tessera in tessera una rappresentazione fedele della vita, ricca di vuoti e di pieni.

 

Il gioco bugiardo di Ruth Ware

Pagine: 429

Il messaggio arriva in piena notte. Solo quattro parole: «Ho bisogno di te». Isa prende con sé la figlia e si precipita a Salten, dove aveva trascorso gli anni del liceo che ancora proiettano le loro ombre su di lei. A scuola Isa e le sue tre migliori amiche giocavano al gioco delle bugie: vinceva chi di loro avesse inventato la storia più assurda rendendola credibile agli occhi degli altri. Ora, dopo diciassette anni, un cadavere è stato ritrovato sulla spiaggia, facendo emergere un segreto terribile. Un segreto che costringe Isa a confrontarsi con il proprio passato e con le tre donne che non ha più visto ma che non ha mai dimenticato. Non è un incontro sereno: Salten non è un posto sicuro per loro, non dopo quello che hanno fatto. È ora che le quattro amiche affrontino la verità.

“Tutte insieme potevamo risolvere qualunque situazione. Ci sentivamo invincibili. Solo la lenta agonia di mia madre nell’ospedale di Londra fungeva da remoto memento che non sempre tutto finisce bene.”

All’eleganza di Elizabeth Jane Howard affianco l’inquietudine provata leggendo “Il gioco bugiardo”, altra dimostrazione che Ruth Ware quando decide di tornare sulla scena editoriale, non risparmia nessun lettore. Questa è una storia di amicizia e menzogne su cui aleggia il fantasma del passato.

Ruth Ware ci mostra come possa essere imprevedibile la vita quando la posta in gioco è troppo alta. Anche le buone intenzioni possono rivelarsi nulle quando c’è di mezzo l’impeto derivato dall’inesperienza che spinge a commettere errori.

La sua penna descrive in maniera eccellente quattro vite diverse legate dal filo nero della morte e allo stesso tempo mette sotto i riflettori gli effetti negativi del panico. Non importa come o quando, ma se una persona si sente in trappola è capace di ricorrere a tutto pur di uscire dalla sua condizione, anche quando significa scavarsi ancora di più la fossa già di per sé profonda.

Allo stesso tempo mostra i suoi personaggi in tutte le loro imperfezioni, che anche se messi alle strette, pur di proteggere ciò che amano e a cui tengono, si spingono oltre il loro limite, immergendosi ancora di più nel fiume oscuro nel quale si sono tuffati in gioventù.

Le protagoniste sono quattro facce della stessa medaglia, due per ogni lato e una cosa è certa, l’unico modo per affrontare la burrasca imminente è scavare a fondo nel passato, anche se significa scoprire qualcosa che era meglio se fosse rimasto sepolto a lungo.

Le poche cose certe di Valentina Farinaccio

Pagine: 150

È da dieci anni che Arturo non sale su un tram. L’ultima volta che lo ha fatto era un giovane attore di belle speranze e andava a incontrare una ragazza perfetta e misteriosa, con il nome di un’isola, quella leggendaria di Platone: Atlantide. Ma il destino cancella il loro appuntamento e, da lì in poi, niente andrà come doveva andare. Oggi Arturo è un quarantenne tormentato da mille paure. Mentre attorno tutto si muove, lui resta fermo, immobile, come un divano rimasto con la plastica addosso in quelle stanze in cui non si entra per paura di sporcare. Quando sale sul tram 14, che da Porta Maggiore scandisce piano tutta la Prenestina, ha un cappellino in testa per nascondere i pensieri scomodi e nella pancia il peso rumoroso dei rimpianti. E mentre i binari scorrono lenti, in una Roma che si risveglia dall’inverno, e la gente sale e scende, ognuno con la sua storia complicata appesa al braccio come una ventiquattrore, Arturo, che nella sua vita sbagliata ha sempre aspettato troppo, fa i conti con il passato, cercando il coraggio di prenotare la sua fermata. Perché nel posto in cui sta andando c’è forse l’ultima possibilità di ricominciare daccapo, e di prendersi quel futuro bello da cui lui è sempre scappato. Dopo lo straordinario esordio di La strada del ritorno è sempre più corta, Valentina Farinaccio ci racconta con una voce unica, che cresce fino a farsi poesia, una storia tanto incantata quanto feroce di attese e incontri mancati, di errori e di redenzione. Perché dobbiamo correre il rischio di essere felici, anche se tutto da un momento all’altro potrebbe affondare. Perché nulla è certo, nella vita. Solo una cosa: che tra un’isola e l’altra c’è sempre il mare.

E cambiano i nomi, cambiano i vuoti, cambiano gli spazi, ma quello che uno sente dentro, quando l’unica cosa che conta è che non ce la fa, è nient’altro che una straziante e banalissima routine di dolore.

Quando si finisce un romanzo resta sempre un vuoto enorme da colmare ed è in quel limbo fatto di malinconia che si continua a ricercare un appiglio a cui aggrapparsi, una nuova storia capace di consumarci fino alla fine, ma non sempre è possibile. Ci sono volte in cui un libro è più di volume fisico da mettere in bella vista in una libreria, ma diventa il compagno da cui è difficile separarsi, quello da riprendere e leggerne le frasi che più ci hanno colpiti o gli appunti sui post-it lasciati pagina dopo pagina dopo pagina.

Dopo aver letto “Le poche cose certe” qualcosa dentro di me si è di nuovo accesa, trascinandomi dentro una lettura intensa e poetica, dove le paure del suo protagonista sono diventate le mie e alle volte mi veniva quasi voglia di liquidarlo con due schiaffi

Arturo, è questo il nome del protagonista, non è un uomo perfetto o stereotipato, al contrario si mostra in tutta la sua imperfezione, con le sue debolezze, che lo spingono a vivere una vita allo sbaraglio, tormentato da demoni e paralizzato dalla paura, quella di fare un passo avanti e smettere di nascondersi per poter vivere una vita che valga la pena di essere vissuta

Sarò onesta non conoscevo Valentina Farinaccio, ma dopo aver letto questo romanzo breve mi sono detta che è stato veramente un peccato il non averla scoperta prima. Non è mai troppo tardi, giusto? È una di quelle autrici che un po’ come il primo amore resteranno per sempre indimenticabili e io non vedo l’ora di andare a ritroso fra le sue vecchie pubblicazioni e concedermi il lusso di perdermi nell’emozione di una narrazione intensa.

Per questo appuntamento è tutto!
Alla prossima!

May the Force be with you!
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