A tu per tu con Lorenzo Sartori

Il vantaggio di avere un blog è anche poter scambiare due chiacchiere con gli autori, specialmente con quelli emergenti. A farmi compagnia oggi, lo scrittore della dilogia di Michael Farner, Lorenzo Sartori. Per chi si fosse perso le mie recensioni, ve le lascio qui sotto.


Buongiorno, Lorenzo. Sono felicissima di ospitarti nella nostra piccola tana, la stamberga. Grazie per avermi dedicato un po’ di tempo e complimenti per i tuoi racconti. Vogliamo cominciare?

Michael Farner è un personaggio decisamente interessante. Raccontami, da dove nasce l’idea per il personaggio?

Quando Michael si è presentato da me, una domenica mattina, io stavo ancora rielaborando il vuoto lasciato dalla conclusione del mio primo romanzo. Aveva un problema analogo al mio: non riusciva a separarsi dai suoi personaggi. In effetti lui stava messo peggio, perché non gli riusciva di “farli fuori”. Eliminati in bozza, questi si presentavano in “carne e ossa” a dargli il tormento. Spiegargli che in fondo anche lui era un personaggio è stato inutile. Michael ha un caratteraccio.
Scherzi a parte, quando scrivi ti rendi conto che per quanto tu cerchi di condurre il gioco, certi personaggi godono di vita propria e spesso condizionano lo sviluppo di una storia.  
Credo che Pirandello ci sia passato prima di me.

L’idea della storia nella storia, i personaggi che tormentano gli autori, due racconti senza esclusione di colpi. Si può sapere dove hai trovato l’ispirazione per queste storie?

Quando ho scritto Lo strano caso di Michael Farner, il primo dei due racconti, mi sono limitato alle vicende del protagonista e ai suoi problemi. Si è trattato di dargli corda a sufficienza. Sai com’è, cerchi di mettere una pezza e ti infili in un guaio ancora più grande. Se poi la pezza è una rossa mozzafiato di nome Valery Sinclair, be’ lì sono problemi.
Ma per costruire il primo racconto ho dovuto anche mettermi nei panni di questo scrittore e immaginare il suo rapporto con Greg Merchant, il protagonista dei suoi romanzi di successo, ma anche immaginare questi romanzi e la misteriosa organizzazione chiamata la Medusa contro cui Merchant si è battuto per un’intera trilogia. L’idea di un sequel è nata solo in un secondo momento, visto il successo che l’ebook ha avuto soprattutto su Amazon. Nel sequel ci ho messo tutto quello che mancava. Farner mi è venuto in soccorso offrendomi il suo immaginario, i suoi personaggi e le sue storie. In un certo senso il sequel è stato scritto a quattro mani.

Parliamo di personaggi. Ti identifichi in qualcuno di loro?

No, se devo essere sincero no. Michael Farner è un autore di thriller americano, una figura che è abbastanza lontana da quella dello scrittore italiano. Poi è chiaro che avendo per protagonisti tre scrittori forse qualcosa di mio è finito in ciascuno di loro.

Le peripezie dello scrittore mi hanno colpita e allo stesso tempo divertita. Dimmi, è stato difficile scrivere “Il ritorno di Michael Farner”?

No, assolutamente. Non credo di essermi mai divertito così tanto a scrivere. Potevo essere iperbolico e allo stesso tempo ironico, perché certi thriller li possono scrivere solo gli americani. E io ho potuto giocarci alla grande, ironizzando, girandoci attorno, senza dover entrare nella complessità che un vero thriller di quel tipo richiederebbe. Penso anche che Il Ritorno di Michael Farner  sia superiore al primo racconto.

Una piccola curiosità. Quanto c’è di te nei racconti?

A parte l’essere il vero capo della Medusa? ;-)

L’ironia con la quale metti in scena le vicende di Farner mi ha dato materiale su cui riflettere e mi sono chiesta: qual è il tuo rapporto con l’editoria?

Sono un autore sconosciuto e alle prime armi, che in fondo si sta ancora facendo un’idea di cosa sia davvero l’editoria in Italia. E a dirla tutta, una parte di me, quella ancora romantica, forse questa verità non la vuole conoscere fino in fondo. Il mercato editoriale nel nostro paese è in crisi ormai da tempo. La gente non legge e non credo che andando avanti le cose potranno migliorare di molto. L’impressione è che i grandi gruppi editoriali preferiscano raccogliere quello che riescono seminando il meno possibile, rischiando il meno possibile. Di fatto stanno combattendo una battaglia di retroguardia, con il terrore per il digitale e gli ebook e probabilmente molti operatori del settore hanno perso quella passione che invece è necessaria per innovare, per riuscire a vedere oltre. Per carità, anche all’estero le cose non vanno molto meglio, però c’è più spazio per le novità, per le contaminazioni. Io ad esempio scrivo storie che sono “di genere” (che già in Italia significa narrativa di serie B), ma che non sono “solo” di genere e non solo di “un” genere. Qualcosa di ben lontano dal mainstream che va per la maggiore.

Quando la scrittura è diventata la tua passione? E quando è diventata invece professione?

Ho iniziato a scrivere a quattordici anni testi di canzoni che nessuno ha mai cantato. A diciotto per il gruppo per cui suonavo. Poi ho iniziato a scrivere di musica, poi di cronaca, di politica, di storia e così sono diventato giornalista. Sono anche un editore nel mondo dei giochi di simulazione e vivo scrivendo sistemi di gioco che sono tradotti in varie lingue. In un certo senso scrivo da sempre e grazie alla scrittura pago le bollette, ma ho iniziato a scrivere narrativa solo di recente, verso la fine del 2012.
È ancora una passione, non certo una professione.

La figura dello scrittore sta diventando sempre più popolare, al giorno d’oggi emergono diversi autori. Hai qualche consiglio per chi si sta avventurando in questo mestiere?

In Italia si pubblicano più di sessantamila libri all’anno e una buona parte di questi finisce direttamente al macero senza arrivare in libreria. Io non so se la figura dello scrittore stia diventando così popolare. In Italia sempre meno persone leggono. Si dice che ci siano più scrittori che lettori, ma la realtà è che non ci sono lettori a sufficienza e quei pochi lettori leggono quasi sempre gli stessi scrittori. Se leggi tre libri all’anno vai sul “sicuro”. Gli scrittori “emergenti” (che altro non significa che sconosciuti nel 99% dei casi) li leggono (quando li leggono) solo altri scrittori “emergenti”, il più delle volte amici.
Se uno pensa di essere un genio meglio che lasci perdere, se uno pensa di diventarci ricco e famoso, meglio che lasci perdere. Se un Philip Roth o forse anche una Rowling dovessero camminare per strada nella vostra città, in quanti li riconoscerebbero? E se invece ci passeggiasse l’ultimo dei tronisti o dei giocatori di seria A? Non c’è storia in termini di popolarità. Scrivere è faticoso e bello ma può essere anche estremamente frustrante. Arrivare alla fine di una storia è qualcosa che ti riempie di soddisfazione, è come avere scalato una montagna da solo. Ma da lì alla pubblicazione passeranno parecchi mesi se non anni. E anche quando ciò avverrà dovrai faticare ancora di più per farti leggere. E lo dovrai fare mentre stai scrivendo altre quattro storie, due delle quali forse non arriveranno alla fine.
Detto questo credo che non si scelga di scrivere, la scrittura è una necessità, è lei che sceglie te. E crea dipendenza. I consigli che posso dare sono due. Il primo è leggere tanto e scrivere tanto. E poi leggere ancora e scrivere ancora. Non si smette mai di imparare. Serve tanto allenamento, tanta umiltà e ancor più un’infinita pazienza. È un mondo con dei tempi molto lunghi.
Il secondo consiglio è quello di stare alla larga dagli editori a pagamento (EAP), quelli che ti chiedono soldi per pubblicarti o pretendono che tu debba acquistare da loro un certo numero di copie. Un vero editore vive vendendo libri ai lettori, non agli scrittori che si sono fatti il mazzo per scriverli. Se un editore ha bisogno dei tuoi soldi per pubblicare, le possibilità sono due: o ti sta bellamente truffando oppure sa di non essere in grado di vendere il tuo libro ai lettori. Gioca a fare l’editore senza volersene assumere i rischi. Questo non significa che un autore non debba darsi da fare nella promozione, ma se nel contratto trovate l’obbligo di versare soldi o di acquistare copie, state alla larga. Se non trovate un editore serio fatevi una domanda, la domanda. E se la risposta non vi piace, allora piuttosto autopubblicatevi, diventate editori di voi stessi.

Cosa significa per te essere scrittore?

Significa che una parte del tuo cervello scrive anche quando non scrivi. E anche quando dormi. Significa che ti fermi a osservare le persone in metropolitana e pensi a come le descrivesti. Immagini storie su persone sconosciute che vedi chiacchierare al bar. Ripeti nella mente dialoghi possibili, o anche improbabili, trovi una storia, pure breve e stupida, dietro anche al più insignificante degli eventi.

Hai qualche scrittore preferito?

Faccio qualche nome in ordine sparso: McEwan, Calvino, Philip Roth, Ammaniti, Dick, Lansdale, Biondillo, Morozzi, Murakami, Martin, Elena Ferrante, Paul Auster, Lee Child, Tess Gerritsen, Palahniuk…

Consigliami un libro.

Te ne consiglio tre, abbastanza diversi tra loro: “La sottile linea scura” di Joe R. Lansdale, “Ti prendo e ti porto via” di Nicolò Ammaniti e “Radiomorte” di Gianluca Morozzi.
E se vuoi leggere una cosa intelligente e originale, ma troppo per la grande editoria italiana, “Italian Way of Cooking” di Marco Cardone (Acheron Books).

Hai un hobby che coltivi nel tempo libero?

Quello che era il mio hobby, il wargame (ricostruzioni di battaglie con i soldatini), è diventato da anni il mio lavoro. Come hobby scrivo romanzi e racconti. Se dovesse anche questo diventare un lavoro sarei costretto a cercarmi un nuovo hobby.

Per questa intervista è tutto. Ringrazio Lorenzo Sartori per il suo tempo e vi ricordo che le avventure di Michael Farner sono disponibili sul sito di Nativi Digitali Edizioni.

 

 

 

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