Araldi del vuoto: Il grande cerchio di Henry S. Whitehead

Instagram: @brivididicarta | @lastambergadinchiostro

Il protagonista di oggi è il racconto di Henry S. Whitehead, “Il grande cerchio”, il quinto volume della biblioteca di Lovecraft tradotto da Diego Bertelli.

Pagine: 160

Acquistalo subito: Il grande cerchio

Editore: Edizioni Arcoiris
Collana: La Biblioteca di Lovecraft
Traduzione: Diego Bertelli

Prezzo: € 13,00

“Le opere migliori di Whitehead sono fra i lavori più efficaci dei nostri tempi”. Così H.P. Lovecraft ci presenta l’autore de Il grande cerchio (1932). Un oscuro culto antico, un misterioso portale per un’altra dimensione, un’entità soprannaturale che attende nella giungla: tutto questo e molto altro nell’unico racconto mai pubblicato in Italia del “quarto moschettiere di Weird Tales”.

L’edizione è illustrata, impreziosita dalle tavole di Michele Carnielli, aperta da una ricca introduzione di Walter Catalano e la traduzione è a cura di Diego Bertelli.

Il quinto volume della biblioteca di Lovecraft vira verso un grande autore ancora inedito in Italia, Henry St. Clair Whitehead in un’edizione contenente le illustrazioni di Michele Carnielli, che è riuscito a distillare l’essenza del reverendo permettendo così a noi di scoprire la storia nella storia attraverso i suoi disegni ricchi di dettagli, di texture e silhouette inquietanti, illustrazioni che ricordano moltissimo quelle dei vecchi manoscritti in cui si trovavano spesso raffigurazioni demoniache o divine.

Henry S. Whitehead non è soltanto il quarto moschettiere di Weird Tales, nel profilo tracciato da Walter Catalano la sua figura diviene sempre più chiara, il reverendo infatti fa della sua meticolosa ricerca lo scopo di una vita, una passione che lo ha spinto a porsi domande che esulano dalla sua professione ed è durante uno dei suo viaggi che si interessa alla parte più oscura della cultura caraibica, ai rituali antichi e le credenze religiose di cui anche il racconto protagonista di oggi ne è infuso. Il grande cerchio, infatti, è un racconto che mescola l’esperienza di Whitehead a un lato fantastico inaspettato, un viaggio all’insegna della scoperta e di una folle incredulità, tutto questo mescolato alla storia e alle svariate leggende che alleggiano attorno alle spoglie delle civiltà precolombiane. 

Nel suo racconto Whitehead è meticoloso nel descrivere ogni cosa, partendo dai vari scali fatti dai protagonisti per raggiungere il luogo delle loro ricerche alla mera descrizione del portale stesso che li condurrà in un’altra dimensione. Tutto questo incornicia una storia accattivante che tiene incollati alle pagine, non soltanto grazie alla sua ambientazione o ai personaggi, ma soprattutto grazie al mistero che si infittisce man mano che si va avanti con la lettura. È la curiosità a guidare il lettore fra le pagine, senza annoiarlo, anzi fomentando ancora di più il desiderio di scoprire ancora quello che c’è dietro agli strani fenomeni che vivono i personaggi. Tutti questi fattori messi insieme fanno sì che il libro risulti scorrevole e veloce da leggere, dando modo di conoscere finalmente un autore tutto da scoprire.

Una delle mie tavole preferite di Michele Carnielli

Canevin, Wilkes e Pelletier partono alla volta di un sito archeologico impenetrabile nel cuore di Quintana Roo. Dal loro velivolo osservano le rovine Maya sepolte dalla giungla e si rendono conto di trovarsi dinnanzi a una ghiotta possibilità: quella di studiare più da vicino una civiltà ormai perduta i cui resti hanno così tanto da raccontare e nonostante la presenza di un frassino imponente vissuto da chissà quanti secoli tentano il tutto per tutto atterrando in una zona mai segnata sulle mappe.

La spedizione sin da subito si rende conto di trovarsi in un territorio inospitale, il grosso albero avvistato prima da vicino sembra un titano, un custode all’apparenza silenzioso che in realtà si prende gioco di loro e li osserva, li mette alla prova, prima dividendoli e successivamente muovendosi in maniera sempre più violenta fino a quando la ragione si spegne e non resta altro che il silenzio. Canevin si ritrova a vivere un’esperienza peculiare che sente di dover trascrivere perché non ha alcun senso eppure è reale, sa di aver varcato un confine invalicabile, sa di essere entrato in un luogo dal quale non si potrebbe far ritorno in situazioni normali, uno dove entra a contatto con qualcosa che si credeva perduto per sempre dove la ragione incontra la follia. 

Quello che vive la spedizione è del tutto irrazionale eppure è nella sua logica contorta che la prosa di Whitehead riesce a rendere suggestiva una storia fuori dal comune, qualcosa che probabilmente ai suoi tempi sarebbe stata definita folle e delirante, ma che trova il suo senso proprio nella sua ricerca di informazioni su popolazioni ormai estinte, sui loro rituali e le loro credenze. Persino il titolo, “Il grande cerchio”, ha un suo peso nella narrazione infatti la storia stessa è un cerchio che si chiude lì dove inizia, l’unica differenza è che fra l’inizio e la fine è il peso che si accumula viaggiando, una conoscenza occulta che in un primo momento non era calcolabile e che infine diventa quasi un fardello da riportare indietro.

«Di fronte a quel terribile potere non avevamo avuto prima e non avevamo adesso nessun modo di difenderci. Eravamo degli intrusi, come ci aveva definito scaltramente Pelletier, e ora ce ne rendevamo sempre più conto. Ci sentivamo prede».

 

 

 

disclaimer: si ringrazia l’ufficio stampa di Edizioni Arcoiris e Jacopo Corazza per la copia omaggio.

 

 

 

 

 

May the Force be with you!
Precedente Jalna di Mazo de la Roche | Recensione di Deborah Successivo Chi cerca trova: Due novità in uscita per Leone Editore