Due chiacchiere con E.C. Perri e D. Daniels – La musa dimenticata

In attesa del mio articolo dedicato all’opera che arriverà a breve condivido con voi una piacevole intervista alle due autrici de “La musa dimenticata. La storia di Hoffmann”,  Emilia Cinzia Perri e DeDa Daniels.

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Editore: Edizioni BD | Pagine: 224 | Prezzo: € 24,00

In un cofanetto completo che contiene anche l’inedito volume secondo, ecco la serie tutta italiana ispirata ai personaggi e lo stile di Osamu Tezuka. Ad Amburgo, durante la Belle Époque, un giovane tenta di realizzare un sogno impossibile. Secondo la mentalità dominante nell’Impero Tedesco Markus Hoffmann dovrebbe diventare un soldato impeccabile, un marito severo, un cittadino modello per la gloria del secondo Reich. Lui vuole diventare soltanto un pittore… l’incontro con una donna misteriosa, la sua Musa ispiratrice, gli permetterà di realizzare il suo sogno di libertà? E se una potente maledizione gravasse sulla Musa che è stato in grado di richiamare dalle onde del mare?

Per me leggere “La musa dimenticata” è stato come viaggiare indietro nel tempo e scoprire una storia di amicizia in un periodo storico suggestivo, dove arte e sentimenti si scontrano per riportare alla luce qualcosa che si accantona spesso nella vita di tutti i giorni come l’importanza della memoria. Il ricordo infatti è anche esso un tema importante trattato in questi due volumi che compongono la serie, per questo motivo ho deciso di rivolgermi direttamente alle due menti dietro l’opera e fare loro qualche domanda per riuscire ad entrare meglio in contatto con il loro lavoro.

Per quelli che non hanno ancora avuto modo di conoscere il tuo lavoro, da dove nascono le tue idee, in particolare da dove nasce l’idea de “La musa dimenticata”?

E: Possono nascere dalla visione di un film, dalla lettura di un articolo o di un libro, dall’osservazione di un quadro o di una foto ma più spesso dall’esigenza di esprimersi correlata alle esperienze di vita che tutti attraversiamo relativamente al lavoro, agli affetti, all’affermazione del sé. L’idea de “La Musa dimenticata” nasce dalla casuale lettura di un articolo su rivista anni fa: una notizia relativa a Sylvette David, quella che io chiamo “la musa dimenticata” di Picasso. Sylvette a 19 anni nel 1954 folgorò Picasso. L’ispirazione fruttò più di quaranta opere realizzate in tre mesi, trascorsi i quali Sylvette sparì dalla vita del pittore. Quest’idea è cresciuta nel corso degli anni, ma fin da subito si è incrociata con l’archetipo narrativo del “Faust”. 

 

Parliamo invece dei personaggi. Com’è nata l’idea per ognuno di loro?

E: Il primo personaggio è stato quello di Markus, motivo per cui questa è la sua storia. Markus non è troppo simpatico e in buona parte rappresenta il mio alter ego nella narrazione: incarna la tensione verso qualcosa che non si sa bene cos’è, eppure esiste. Markus non si adegua a schemi precostituiti, non si allinea con gli obiettivi comuni del suo tempo e non è neanche un eroe predestinato, eppure esiste e va avanti per la sua strada; in altre parole la sua aspirazione è essere libero di essere ciò che è. Gli altri personaggi si sono presentati tutti in relazione a Markus: Andres è il mentore ideale, la persona che ascolta e dà la possibilità di agire in linea con i propri bisogni profondi… Chi non ha mai sognato di incontrare un tipo così? Klara e Aron nascono praticamente in coppia: sono gli amici d’infanzia, anche se Klara spera di essere qualcosa di più per Markus (e forse lo è). Il quartetto principale è così formato da personaggi con pregi e difetti, ma tutto sommato positivi. Indispensabile pertanto risulta Theodor Ragner, l’unico a presentare delle caratteristiche da antagonista. E poi c’è la Musa.

 

La tua è una Musa che mostra gli artigli e al tempo stesso il suo lato vulnerabile, un contrasto nei contrasti, ma tu l’hai immaginata esattamente in questa maniera oppure la caratterizzazione di questo personaggio si è evoluta andando avanti con la storia?

E: La Musa si è presentata fin dapprincipio così com’è, in quanto ispirata a vari personaggi di Osamu Tezuka (la “Barbara” dell’opera omonima o la Zephyrus di “Il mondo in una bottiglia”), ma fino alla metà della storia, anche se sapevo cosa avrebbe detto e fatto, mi sfuggivano le sue motivazioni interiori. Questo perché la consideravo un essere soprannaturale, come in effetti è. Solo quando è entrata come parte attiva nella narrazione il personaggio si è aperto e allora ho capito: la Musa è per metà un essere umano, ecco perché prova tutte quelle emozioni come se fossero nuove e non riesce a gestirle. È un personaggio che ha ancora molto da raccontare.

 

Una domanda per entrambe. Se oggi una Musa facesse la sua comparsa per davvero nel nostro mondo secondo voi quale sarebbe l’effetto della sua visita sul vostro operato?

E: Credo che mi sia venuta a trovare parecchie volte e probabilmente continuerà a farlo anche in futuro. Gli effetti si vedono su quella che è la mia produzione e che potrebbe essere colpita dalla maledizione della Musa dimenticata, ma a questo proposito posso concordare con quanto espresso da Markus: “Non è una maledizione. È un privilegio.”

D: In realtà credo che ce ne siano già tante di muse al mondo, bisogna saperle ascoltare. A livello di arte e disegno ce ne sono tantissime e sono tutte a un click da noi o attorno a noi. L’ispirazione viene da ciò che ci circonda, dalla quotidianità, dalla natura, dalle cose create dagli uomini (architettura, musica, etc.). Una volta ho incontrato un barbone che mi ha detto °the universe conspires to inspires°. Era una musa anche lui. Per cui credo che la domanda sia non tanto se ma quando. Cosa succede quando incontriamo una musa? Un sacco di belle cose!

 

Il periodo storico è straordinario, anche se per un giovane come Markus poteva significare la morte di un sogno. Quindi ti chiedo c’è un motivo particolare per cui lo hai scelto?

E: Fin dall’inizio, questa storia è nata con l’intenzione di dare voce alle realtà un po’ nascoste, non di primo piano. Per cui non è ambientata nel Terzo Reich, ma nel meno documentato Secondo Reich. Non a Berlino, ma ad Amburgo e nelle città della Lega Anseatica. Non si parla di Monet o di Van Gogh, ma di Markus Hoffmann, un “signor nessuno” il cui nome parrebbe destinato all’oblio. Il periodo storico è stato scelto in relazione al protagonista.

 

Parlando di sogni e ambizioni, in un periodo storico come quello a cui fa riferimento la tua storia i sogni erano difficili da realizzare, ma non era impossibile. Cosa pensi invece dei sogni ai giorni nostri? Credi che sia cambiato qualcosa o pensi che sia diventato più difficile realizzarli?

E: Anche se in apparenza sembra che sia diventato più facile, data la rivoluzione tecnologica che offre maggiori opportunità ai paesi di industrializzazione avanzata, in linea di massima, se consideriamo anche la consapevolezza e la crescita interiore dell’individuo, credo che le possibilità siano le stesse.

D: I sogni e la natura umana non cambiano molto, cambia la tecnologia e forse ci evolviamo un pochino emotivamente e ci emancipiamo (ma anche l’emancipazione che abbiamo oggi non è una cosa a cui siamo arrivati quanto una cosa a cui stiamo ritornando), ma secondo me non è cambiato molto in termini di “come realizzare un sogno”. Non è nemmeno cambiato il modo in cui misuriamo il successo. Pensiamo che quello che sia popolare adesso sia destinato a durare per sempre ma ci sono tantissime cose che si sono perse nelle pieghe del tempo e altre cose non famose che sono state ripescate e rivalutate anni dopo essere scomparse, perché avevano un certo valore, tipo Bach. Certo oggi c’è più accesso diretto a determinati contenuti (grazie al web) ma non è un fenomeno a noi ignoto, storicamente parlando, ci siamo già passati. Basti pensare al numero di pamphlet, in-folio e volantini che girellavano subito dopo la scoperta della stampa a caratteri mobili. I chili di fake news che attestavano che questo o quell’imperatore, papa, politico fossero l’anticristo. Ogni generazione pensa di scoprire l’acqua calda, certo abbiamo più strumenti per essere più colti e intelligenti, ma fondamentalmente credo che continuiamo a ripetere le stesse abitudini, le stesse movenze, con strumenti diversi, in bilico tra due sistemi fissi che si alternano. Fondamentalmente la regola di base è sempre quella: se ami qualcosa un modo per farla avverare la trovi, se non la ami abbastanza trovi scuse.

 

Le tavole celebrano l’arte in tutta la sua grandiosità, è stato difficile a ricreare con uno stile così personale le opere dei grandi maestri del passato per rendere loro omaggio.

D: É stato divertentissimo. É facile stare in piedi sulle spalle dei giganti, quello che è difficile è credere di non dover nulla a chi è venuto prima di noi. Fondamentalmente io ho fatto tutto un altro corso di studi, crescendo, ma mi era impossibile non essere attratta dalla bellezza. Ho studiato Storia dell’Arte per conto mio, storia della Musica, storia del cinema. Poi ho proseguito con questa mia passione all’Università dove ho potuto approfondire gli argomenti e da lì sono passata a tutt’altro e solo parecchio tardi ho potuto studiare all’Academy of Art di San Francisco. I miei compagni di corso avevano 10 anni meno di me e brontolavano quando gli insegnanti ci facevano fare le copie delle opere dei grandi maestri del passato o ci dicevano di disegnare dal vero. Nelle classi di storyboard gli insegnanti ci davano film di Orson Wells e Murnau per fare screesketching e loro lo odiavano! Io ci sguazzavo come un microbo nel brodo di coltura in questo tipo di esercizi, perché è un po’ come quando hai una cotta per qualcuno o qualcosa e non fai che parlarne in maniera ossessiva. Ecco, io ossessivamente dovevo parlare delle cose che amavo. Comunque sono tutti esercizi che ti costruiscono un archivio visivo e stilistico non indifferente. Per cui quando dovevamo fare autoritratti ogni semestre io li trasformavo in quadri “Deda con l’orecchino da pirla”, “Lo strillo”, “Autoritratto con mal d’orecchi” (col fazzoletto, come Van Gogh).

Nei miei fumetti metto spesso omaggi a quadri, poemi, scene di film, per cui quando Emi ha scritto scene con riferimenti ai quadri “usiamo questo, usiamo quello”, per me è stato come tornare a casa. Uno dei motivi per cui mi piace lavorare con lei è che abbiamo gusti simili – andiamo spesso per musei insieme – e c’è parecchio dialogo durante il processo creativo, le posso chiedere di tutto, spiegazioni, aiuti, e lei c’è sempre. Quando mi ha messo Magritte le avrei costruito un altarino. I quadri sono venuti tutti da lei, di mio credo di avergliene proposti solo tre e le sono piaciuti: Olympia di Manet, un Toulouse Lautrec e Vendetta di Hayez. Mentre lo stile di Markus e Theo lo abbiamo concordato assieme perché Markus è più avant-garde di Theo.

 

La storia che hai raccontato è molto intensa e fa riflettere su diverse cose, tra cui la fama, il successo, la caduta dalla vetta, ma qual era il vero messaggio che volevi trasmettere, ce n’era uno in particolare che volevi sottolineare?

E: Circa il messaggio, mi piacerebbe che ogni lettore si costruisse il proprio. E in effetti, dai feedback che sto raccogliendo, mi sembra che le reazioni seguano direzioni plurime, il che si accorda proprio con le mie intenzioni. Il valore cui personalmente più mi sento legata, comunque, è quello incarnato da Markus Hoffmann, il quale non a caso è il protagonista di questa storia. 

 

 

 

disclaimer: si ringrazia le autrici per la disponibilità.

 

May the Force be with you!
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