Gaijin di Maximiliano Matayoshi | Recensione di Deborah

 

La professoressa Hiroko ci diede una matita, poi ci disse di andare, che i quaderni non erano ancora arrivati ma che, era sicura, li avremmo ricevuti la settimana successiva. Ci alzammo dai banchi – una fila di lastre di metallo – e uscimmo dalla tenda. Mentre seguivo le tracce di cinque cingolati, Tatsuo mi raggiunse per chiedermi se volessi andare alla piazza. Mi mostrò quattro
granate e sorrise.

 

Editore: Funambolo Edizioni
Data di uscita:  10 luglio 2019
Pagine: 256
Prezzo: 15.00 €
Acquistalo subito: Gaijin

Quando in Giappone si vuole indicare una persona che viene dall’estero si usa la parola gaikokujin. Ma quando allo straniero ci si riferisce con stigma e pregiudizio, allora si usa il termine gaijin, una “persona esterna”, un estraneo. Di Gaijin è piena l’isola di Okinawa, che nel 1950 soffre le sciagurate conseguenze della guerra e la massiccia occupazione militare Statunitense. È questo il contesto che obbliga Kitaro, ragazzino undicenne, a lasciare la mamma e la sorella Yumie. Con il denaro guadagnato, la madre gli compra un documento d’identità e un biglietto di terza classe a bordo della Ruys. Solo, affronterà il viaggio che dal Giappone lo condurrà in Argentina. Di nuovi stranieri ne incontrerà lungo tutta l’attraversata: ricchi Gaijin cinesi alla guida di auto enormi e imbarcati in prima classe; l’equipaggio, composto principalmente da Gaijin europei facili da corrompere; gli schiavi che sulle coste d’Africa sono costretti a condizioni di lavoro atroci. Poi lo sbarco in Argentina e con esso il frantumarsi della propria identità. Scoprirsi straniero agli altri e infine persino a sé stesso. Gaijin è un libro che parla dell’altro e del tortuoso universo di immaginari che ne definiscono i tratti. Raccontata nel miglior stile nikkei, per l’austerità del linguaggio e la narrazione asciutta, questa è una storia di permanenza che tuttavia suggerisce di non indugiare sul passato e ci invita invece a guardare oltre lo sconforto.

 

Vi è mai capitato di sentirvi dei perfetti estranei? Magari in un luogo sconosciuto, forse a causa di una situazione particolare o addirittura agli occhi di voi stessi. Trovo sia una sensazione destabilizzante, quando si viene investiti è come navigare alla deriva, essere risucchiati da un burrascoso vortice che ci condurrà verso l’ignoto. L’ignoto, appunto. Ciò che non si conosce può facilmente generare paura e la paura non porta a nulla di buono. Gaijin è un romanzo forte e travolgente, ci permette di esplorare e comprendere meglio questa sensazione che può acquisire i tratti più svariati. È ora di fare un salto indietro nel tempo per approdare nel Giappone degli Anni Cinquanta, quando le ferite inflitte dalla guerra a questa nazione non avevano ancora smesso di sanguinare.

 

Vidi la mamma arrivare lungo la strada e poi entrare in casa senza salutare. Le portai il cibo in due tazze e un bicchiere di acqua. Mentre mi accarezzava la guancia e l’orecchio come era solita fare mi chiese se ero ancora convinto di andare in Argentina. Conoscevo alcuni ragazzi che se ne erano andati e altri che dicevano che era come l’America, persino meglio: gli argentini non uccidono i giapponesi.

 

Gaijin è un termine giapponese che indica una persona forestiera, estranea, è un termine carico di pregiudizio e sospetto, una parola che esprime negativamente l’essere diverso; Kitaro, il protagonista, sperimenterà sulla sua pelle il significato crudo e violento di questa parola. Ci troviamo nel 1950 sull’isola di Okinawa, un luogo torchiato dalla seconda guerra mondiale, le ferite inflitte dal conflitto al territorio e soprattutto alle persone non hanno smesso di grondare sangue. Il Giappone è un paese che pare non poter più offrire un futuro ai propri giovani: non c’è molto lavoro, l’istruzione viene accantonata, ci sono soldati statunitensi che controllano ogni cosa, ovunque regna il caos, la distruzione, l’insicurezza e la povertà. La ricostruzione del paese è un processo lungo e tedioso, nel frattempo l’unica scelta che rimane alle persone per migliorare le loro condizioni di vita è partire. Questa situazione vi fa venire in mente qualcosa? Nonostante il romanzo racconta fatti avvenuti nel passato a diversi chilometri di distanza noi assistiamo tutti i giorni a questa realtà, attraverso l’ascolto delle notizie apprendiamo di un ingente flusso di persone costrette da forze maggiori a lasciare il proprio paese in cerca di speranza. Troppo spesso le persone guardano questo fenomeno con paura, alcuni addirittura con astio…mi chiedo se queste reazioni sarebbero diverse dopo un momento di riflessione. Io credo che le persone in fuga dalla guerra e dalla fame non abbandonerebbero la loro terra se non fosse l’unica speranza rimasta.

 

Seguivo le persone davanti a me, non sapevo dove, ma al tavolo del molo avevano detto che avremmo dormito tutti nello stesso posto. Le pareti del corridoio – alcune in metallo e altre in legno – lasciavano poco spazio per camminare. Due persone non sarebbero state in grado di stare l’una accanto all’altra e, con i bagagli sulle spalle, era difficile attraversare le porte. Riuscivo a vedere solo il pavimento e la schiena della persona che mi precedeva: le luci erano molto distanti e fra l’una e l’altra c’era solamente buio.

 

Partire è l’unica speranza per il giovane Kitaro di riuscire a costruire un futuro migliore, un futuro lontano dalla sua famiglia e dalla sua terra natale; il ragazzo ha accettato da tempo l’idea di lasciare tutto ma è animato dal desiderio ardente di tornare a casa. Il lunghissimo viaggio verso l’Argentina a bordo della Ruys sarà un arduo percorso di crescita e formazione, una continua scoperta dell’ignoto, una strada difficile da affrontare in solitudine ma un po’ meno in compagnia. Kitaro incontrerà tantissime persone, la maggior parte Gaijin provenienti da diverse parti del mondo: i ricchi cinesi litigiosi che viaggiano in prima classe; il personale europeo facile da corrompere, tra cui un olandese gli insegnerà come utilizzare e riparare le radio; vedrà con i propri occhi la condizione di schiavitù riservata alle popolazioni dell’Africa; scoprirà nuovi colori, odori e sapori nelle diverse città del mondo in cui la nave approderà. In questo percorso sarà accompagnato da un gruppetto di amici giapponesi conosciuti a bordo, grazie al quale la sensazione di essere lui stesso un Gaijin sarà attenuata; in particolare sarà fondamentale il rapporto con Kei. Kitaro è in balia degli eventi, non sa bene cosa aspettarsi da questo viaggio e ancora meno cosa può riservargli il futuro una volta approdato in Argentina. La sensazione di essere alla deriva è davvero molto forte in questo romanzo, l’autore riesce a trasmettere magistralmente questo stato provato dal protagonista, al punto di non spingere il lettore a immaginare scenari ipotetici ma far in modo che sia la storia stessa a delinearsi pagina dopo pagina.

 

Quando lo abbracciai tentò di scansarmi e, dopo un passo indietro, si lisciò i vestiti. Come stai?, domandò. Non bene come altri, risposi mentre imitavo il suo gesto sulla mia camicia sporca e sgualcita. Voleva sapere cosa avessi fatto in quei giorni, ma io volevo solo prendere le mie cose e andar via da lì. Mi accompagnò nella stanza da letto per aiutarmi a sistemare la mia borsa, poi scendemmo e salutai Hideyaki: fece un movimento della mano dall’altro lato del cortile, non ci saremmo mai più rivisti.

 

L’arrivo nel nuovo mondo non sarà per niente facile per Kitaro, il protagonista non avendo nessun parente ad aspettarlo si troverà improvvisamente solo, trattenuto con il fine di evitare uno shock culturale; la realtà familiare costruita con i suoi amici a bordo della Ruys gli verrà a mancare. Fortunatamente dopo il periodo previsto per l’ambientazione Kei tornerà a prendere l’amico per ospitarlo a casa dei suoi parenti, qui Kitaro ritroverà la sensazione di essere integrato in una famiglia anche se tutto al di fuori delle mura domestiche sarà estraneo. Il percorso per ritrovare e ricomporre sé stesso sarà lungo e tortuoso, costellato di difficoltà e successi, Kitaro si avvicinerà sempre di più a realizzare il suo sogno di tornare in Giappone da sua madre e dalla sorellina, anche se saranno necessari diversi anni. Maximiliano Matayoshi da vita ad una storia avvolgente e destabilizzante, un percorso di formazione che regala al lettore tantissimi spunti da cui partire per riflettere sulle problematiche della realtà contemporanea. La voce dell’autore, forte, incisiva ed essenziale, ci guida con sentimento attraverso questo tortuoso viaggio, donandoci uno spaccato del passato che risulta essere sempre attuale. L’emigrazione e l’immigrazione sono fenomeni che hanno sempre caratterizzato la storia dei popoli, attualmente il nostro paese vede arrivare un costante flusso di persone in cerca di miglioramento ma ne costringe altrettante a cercare benessere altrove, non siamo poi così diversi dalla gente che arriva, sono differenti le motivazioni particolari che ci spingono a partire ma non il loro obbiettivo.

Gaijin è un romanzo che si abbatte sul lettore come una tempesta, lasciandolo alla deriva in balia delle onde; è una storia di riflessione, un viaggio che ci fa sentire improvvisamente estranei ma infondo ci invita a sentirci ovunque a casa.

 

 

 

 

 

 

Desclaimer: si ringrazia l’ufficio stampa di Funambolo Edizioni per la copia omaggio

 

May the Force be with you!
Precedente Showtime: Supernatural (stagione 1) Successivo INK’S CORNER: La bella morte di Mathieu Bablet (Mondadori)