INK’S CORNER: La bella morte di Mathieu Bablet (Mondadori)

Instagram: @brivididicarta | @carlo.salvato

Questo è un lunedì diverso dal solito, dove Mathieu Bablet dipinge un futuro incerto che sbiadisce tavola dopo tavola in un viaggio intenso e profondo in cui “La bella morte” sembrerebbe essere quel faro di speranza, l’ultima briciola di umanità rimasta.

Data di uscita: 4 Dicembre 2018

Acquistalo subito: La bella morte

Editore: Mondadori
Collana: Oscar Ink
Traduzione: Isabella Donato

Prezzo: € 22,00
Pagine: 160

In un mondo annientato dall’invasione di enormi insetti alieni, nulla sembra in grado di sopravvivere, tantomeno la speranza.

Sbocciato, riconosciuto e acclamato con Shangri-la, il talento luminoso di Mathieu Bablet si è prodigiosamente rivelato con La bella morte, la sua opera d’esordio.

Mathieu Bablet (Grenoble 1987), diplomato all’Accademia di Chambéry, ha esordito con La Belle mort (2011), seguito dalle serie Doggybags (2012-2015) e Adrastée (2013-2016). Con Shangri-La si è rivelato all’attenzione internazionale affermandosi come uno dei maggiori giovani talenti del fumetto europeo.

Io e Carlo lo sapevamo sin dall’inizio che “La bella morte” di Mathieu Bablet sarebbe stato uno di quei fumetti che vale la pena di tenere in libreria, con la sua storia filosofica e poco convenzionale capace di attrarre magneticamente i lettori per scoprire cos’è la bella morte. 

Ma che cos’è la bella morte? Dov’è che inizia questa lenta discesa verso una fine certa, quella che ormai attende l’umanità dietro l’angolo, la stessa che sembra quasi una via senza uscita decisa da qualcun altro, ma che in un certo senso in un modo o in un altro si finisce per convincersi che ce la siamo scelti noi questa ripida e scoscesa strada. 

I protagonisti sono tre degli ultimi superstiti della razza umana, tre relitti che vivono in un mare fatto di mostri più che d’acqua, creature nate da un mondo morente che esala l’ultimo respiro dandoli alla luce, ben sapendo che questi tre avrebbero vissuto gli ultimi giorni della razza umana sul pianeta inconsapevoli che sarebbero stati proprio loro a vederne la fine.

Come in ogni fumetto che tratta un’apocalisse, che sia piena di zombi, di insetti come in questo caso o del tutto vuota la prima cosa che ci si chiede è come sia iniziata la fine, qual è stata la scintilla che ha causato tutto, e qui non lo sappiamo per certo, non sappiamo come questi insetti siano arrivati o se erano già lì, l’unica cosa certa è che bisogna sopravvivere a qualunque costo, stando attenti a non attirare la loro attenzione e ai pericoli di una città distrutta, un’immenso nido di bestie pronte a divorare fino all’ultimo essere umano senza lasciare traccia della nostra specie.

Il nostro viaggio all’interno di questo maxi fumetto inizia con la morte del quarto essere umano sopravvissuto, che accidentalmente salta in aria con un razzo sparato dagli altri tre, un po’ per paura e un po’ perchè sì, Soham voleva assolutamente provare un lanciarazzi una volta nella vita. Ma oltre la tragicità di questo evento il mondo sembra quasi infischiarsene, tutto continua a scorrere tranquillo, nessuno fa una piega, a parte i tre protagonisti, anche perchè ai muri in rovina non importa cosa accade, i sassi non urlano e sicuramente le edere e i rampicanti non verseranno lacrime per la morte di un essere umano, in fondo è questo che succede quando si resta soli.

Tavole dettagliate che mostrano scenari incredibili, una città in rovina diventa il fulcro della fine dei tempi, un ciclo che sembra ripetersi nonostante gli spettatori si possano contare sulle dita di una mano.

Bablet riesce a sfondare qualsiasi barriera fra la carta e il lettore portando all’attenzione temi dolorosi che visti in una situazione estrema fanno riflettere, accentuano lo spessore di un fumetto che si anima con il procedere della storia in cui il lieto fine è soltanto l’illusione, la fuga che si cerca per chiudere gli occhi e non vedere il marcio, il cupo e l’orrore della morte.

In un mondo devastato dall’orrore dove la morte la fa da padrone, è il senso stesso della parola morte a cambiare, non è più qualcosa di astratto e impensabile, diventa qualcosa che è in agguato dietro ad ogni angolo, una belva pronta a dilaniarci al minimo movimento e basta un passo falso per cadere dal tetto di un palazzo e incontrare il creatore, sempre che esista. 

Sembra quasi che nel suo fumetto Mathieu Bablet racconti in svariati modi l’evoluzione, il ciclo infinito della vita che termina con la morte e a volte comporta il cambiamento, un continuo rinnovarsi per giungere a una forma nuova, che si speri possa avere dentro di se le tracce di ciò che è stato e le potenzialità di ciò che verrà in futuro.

Quindi la domanda che sorge spontanea è esiste una bella morte in un mondo dove nemmeno la morte ha più senso? È questo il quesito che assilla uno dei protagonisti e anche chi legge, la consapevolezza che non è più possibile morire bene, in tranquillità, spegnendosi lentamente circondato dai propri cari dopo aver vissuto appieno la propria vita perchè non c’è scelta, appena chiusi gli occhi non si è altro che un sacco di carne pieno di oggetti utili. 

Forse è questa la volontà di un mondo morente che non fa altro che risucchiare tutto quanto per evolvere in qualcosa di nuovo, qualcosa di feroce, inarrestabile o persino in qualcosa di migliore che c’era prima. Bablet nella sua storia ci insegna che la vita e la morte sono concetti relativi, a volte si può passare oltre senza aver avuto uno scopo nella vita, altre volte invece si può diventare qualcosa di più ma l’unica cosa certa è che prima o poi ognuno di noi vivrà la sua morte, con la speranza che sia una bella morte.

«Verrà il momento in cui i miei fratelli e le mie sorelle, e tutti quelli che contano per me e la terra stessa, stanca delle mie sollecitazioni, mi sussurreranno la loro assenza perchè sono l’ultimo uomo rimasto sulla terra».Salva

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disclaimer: si ringrazia l’ufficio stampa di Oscar Vault per la copia omaggio.

 

 

 

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