I ricchi di Joyce Carol Oates | Recensione di Deborah

 

Eppure sì, io sono vetro, trasparente e fragile come il vetro, ma – e qui sta il vero dramma – noi che siamo fatti di vetro possiamo incrinarci in milioni di frammenti, come quelli di un puzzle, che però restano insieme. Non ci sgretoliamo mai. Continuiamo a muoverci a fatica e a parlare. Non desideriamo altro che andare in pezzi, disintegrarci, dissolverci in una pioggia d’argento e finirla con tutto questo, ma, come vedete, è molto difficile che accada.

 

Editore: Il saggiatore
Data di uscita:  18 maggio 2017
Pagine: 329
Prezzo: 18.00 €

Una Cadillac gialla si accosta al marciapiede di Labyrinth Drive. È una mattina di gennaio: c’è neve sulla strada e sull’erba. L’aria è fragrante, crepita come una lastra di ghiaccio sotto la pressione di un tacco a spillo. Dalla Cadillac scende una donna: ha una sciarpa di visone intorno al collo e occhiali da sole che scintillano nella luce invernale; il suo incarnato è quello di una bambola di porcellana: pallido, puro, perfetto. La donna si chiama Natashya Romanov Everett, Tashya per tutti, Nada per suo figlio Richard. Il povero Richard, il grasso Richard, l’ombroso, schivo Richard che non si sente una persona ma uno dei comprimari nei romanzi della madre: i romanzi che hanno reso lei immensamente popolare e ricca, e lui sempre più schivo, sempre più ombroso. Qualcosa di oscuro si agita dietro gli abbaini della villa di Labyrinth Drive, e nessuno steccato bianco, nessun filo di perle, nessun cocktail party può nasconderlo: è il cuore nero e pulsante dell’America più irreprensibilmente wasp, l’America democratica e progressista, l’America di Kennedy e di Carter, l’America delle magnifiche sorti e progressive, l’America che cela, dietro le sue medaglie al valore, un volto sinistro. L’America che Joyce Carol Oates conosce in modo così intimo, l’America che ha già raccontato in “Una famiglia americana” e che qui viene deformata in una maschera carnascialesca, tanto più inquietante quanto più grottesca. Nel secondo capitolo dell’epopea americana, Joyce Carol Oates si allontana dai toni drammatici del “Giardino delle delizie” per inscenare una commedia nera degna di Vladimir Nabokov e Edward Albee; una pantomima in cui il riso non è mai sciolto dall’amarezza del pianto, una satira acida e corrosiva che dissolve impietosa, davanti agli occhi del lettore, i colori pastello del sogno americano.

 

Quando si incontra un romanzo che inaspettatamente riesce a scaldarti il cuore è normale provare a ricercare subito le stesse avvolgenti emozioni. Io sono stata folgorata dalla lettura de Il giardino delle delizie, per cui non ho resistito e mi sono tuffata subito nel secondo volume dell’Epopea americana scritta da Joyce Carol Oates. Risultato? I ricchi non mi ha regalato le stesse sensazioni viscerali ma ho incontrato una lettura pungente, particolare e decisamente insolita. In questa seconda opera scaliamo la piramide sociale, dalla base saliamo numerosi gradini fino a raggiungere il piano dedicato alla wasp dell’America degli anni Sessanta; un’estrazione di persone ricche, bianche, anglosassoni e protestanti.

 

Sì, sono le fondamente, ma a noi piace innalzarci al di sopra delle nostre fondamenta, dei nostri fangosi inizi. Ci piace innalzarci senza guardare indietro, che è forse déclassé e quando non ci sono vere classi, quale orrrore più grande che diventare déclassé, inadatti perfino a una societ

 

I ricchi, come vi dicevo, è un romanzo particolare. Si tratta di un memoriale, un racconto di esperienze, realtà, vita vera; una vita esposta a noi lettori senza essere filtrata né appannata da luccicanti lustrini. Il narratore è Richard Everett, un bambino assassino. Il romanzo infatti si apre con queste affermazioni: “Ero un assassino bambino. Non un assassino di bambini, anche se potrebbe essere un’idea. Intendo un assassino bambino, cioè un assassino che guarda caso è un bambino, o un bambino che guarda caso è un assassino. Potete scegliere.” Un inizio alquanto strano e bizzarro che non ci lascia presagire nulla di buono sullo sviluppo degli eventi, infatti anche i personaggi de I ricchi, proprio come quelli de Il giardino delle delizie, andranno incontro a un fato inclemente e inesorabile che li condurrà verso la completa disfatta. La Oates ci riporta una reale fotografia della società benestante che popolava l’America degli anni Sessanta, in particolare ci immergiamo nel mondo delle persone ricche, bianche e tendenzialmente protestanti; un universo oscuro, falso e discriminatorio, illuminato a giorno dallo sfarzo, dall’ottimismo, dalle apparenze e dai cocktail party. Il povero piccolo grasso Dickie ci conduce nelle profondità abissali della realtà così tanto agognata da Clara; in questo caso i protagonisti non sono veri e propri arrampicatori sociali ma persone che nella ricchezza ci sono nate o che hanno mentito per apparire. Ci troviamo in un luogo lontanissimo dalla povertà e dal lerciume che ha caratterizzato Il giardino delle delizie, i due volumi sono portavoce di due estrazioni sociali agli antipodi ma risultano accomunati dal medesimo marciume sociale.

 

Per Nada le parole dovevano essere diverse da qualsiasi altra cosa al mondo – armi ma non solo armi, caramelle, spezie, fitte di dolore e piacere – e non faceva differenza se concernevano qualcosa di «vero» oppure no.

 

Joyce Carol Oates ci mostra il rovescio della società ricca e benestante; possiamo essere portati a immaginare una realtà brillante, fatta di famiglie amorevoli, genitori comprensivi, casette bianche e perfette abitate da persone altrettanto bianche e perfette. Questo è il lato della medaglia esposto alla luce del sole, ma per avere un quadro completo è inevitabilmente necessario esaminare anche la sporcizia e le ombre annidate sulla parte oscura. Richard infatti snocciola davanti a noi lettori la più completa infelicità nascosta dietro la facciata apparentemente perfetta del sogno americano; ci racconta di corruzione, bugie, grida e violenza. Il narratore ci espone la sua infanzia e la sua infelicità; il suo sentirsi un bambino inadeguato, stretto nel morboso giogo della madre a cui sembra importare poco o niente della prole; ci coinvolge nella spirale della dissoluzione della sua anima, in una continua corsa al compiacimento per accaparrarsi briciole di apparente affetto materno; ci mostra le sue scoperte di tradimenti, bugie e nefandezze che inevitabilmente inficiano la sua miserabile vita. Richard è acciecato dalla madre, un astro splendente che racchiude però tantissima freddezza e oscurità; il giovane viene anche consumato dall’assenza e dall’inadeguatezza di un padre che resta sempre sullo sfondo, un padre che non percepisce come suo vero padre se non nel momento in cui alla fine dei giochi il genitore rivela la sua vera natura. Il nucleo famigliare al quale appartiene l’infelice Dickie rispecchia perfettamente la società, il continuo cercare di mostrare la perfezione dove in realtà non esiste, tutto risulta una messa in scena, tutto è una grande luccicante menzogna.

 

Noi persone malate, invece, non abbiamo energie. Ne siamo liberi. Non abbiamo bisogno di nessuno, i nostri corpi sono una compagnia sufficiente, grazie. Pensiamo alla morte e a come deve essere piacevole, non solo liberarsi di tutti quanti in un sol colpo, ma anche liberarsi del desiderio di liberarsene, e del desiderio di qualsiasi tipo di desiderio.

 

In I ricchi vengono a mancare il fascino, l’accuratezza e la suggestione suscitate dai luoghi così opprimenti e consistenti che hanno rivestito un ruolo chiave nel rendere unico e meraviglioso Il giardino delle delizie. Nel secondo volume i personaggi sono in continuo movimento, si trasferiscono da una casa all’altra nei sobborghi di New York, senza dare l’idea di appartenere realmente alla grande metropoli, senza appartenere a nessun luogo. Si limitano a spostare le loro colorata, lussuosa e appariscente vita di quartiere in quartiere come se nulla intorno a loro fosse importante, perché a essere importanti sono unicamente le loro ingombranti ed egoistiche personalità.

Lo stile di scrittura della Oates diventa più semplice e immediato, come anche la struttura della sua opera, infondo l’autrice ha trovato il metodo perfetto per esprimere in una prosa godibile, ironica e a tratti divertente i turbamenti dell’anima di un giovane condannato alla disfatta. I ricchi è un romanzo strano, confusionario e caotico, proprio come le vite dei suoi protagonisti, specialmente quella di Richard, abbandonato in balia dell’incertezza. I ricchi è stata una lettura avvolgente, un’esplorazione di uno spaccato oscuro dell’affascinante e colorata realtà degli anni Sessanta.

 

 

 

 

May the Force be with you!
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