Un altro tamburo di William Melvin Kelley | Recensione di Deborah

 

Era come cercare di immaginarsi il Nulla, una cosa che nessuno aveva mai preso in considerazione Nessuno di loro aveva punti di riferimento su cui basare l’idea di un mondo senza neri.

 

Editore: NNEditore
Data di uscita: 24 ottobre 2019
Pagine: 256
Prezzo: 19.00 €
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Alla fine degli anni Cinquanta, in uno stato immaginario dell’America segregazionista, Tucker Caliban vive e lavora nella piantagione della famiglia Willson, come suo padre e i suoi antenati; ma, diversamente da loro, Tucker è riuscito a comprarne una parte. Finché un giorno, davanti agli increduli abitanti della città vicina, sparge sale sul raccolto, uccide il bestiame e dà fuoco alla propria casa, partendo poi con la famiglia senza voltarsi indietro. Ben presto la popolazione bianca capisce che è solo l’inizio: tutti insieme, come in un corteo interminabile, i neri abbandonano le case e i lavori, prendono automobili e treni, si trasferiscono altrove, a nord. E i bianchi si ritrovano soli con il loro benessere improvvisamente interrotto, incapaci di capire e perfino di immaginare una vita futura che non sanno più come vivere.
William Melvin Kelley ha scritto Un altro tamburo più di cinquant’anni fa, nel momento più aspro della lotta per i diritti civili. E con le voci dei personaggi bianchi, ora dolorose e impotenti, ora attonite e rabbiose, racconta di ineguaglianza e ingiustizia, ma soprattutto di coraggio e amor proprio, consegnando ai lettori un indimenticabile inno alla libertà, a quell’aspirazione senza tempo che ha il potere di cambiare le vite personali e il corso della Storia.

 

Provate ad immaginare se tutte le persone di colore abbandonassero improvvisamente le nostre grandi città, le cittadine e tutti, ma dico proprio tutti, i piccoli paesini. Riuscireste a visualizzare questa ipotetica realtà? Io credo sia impossibile pensare, in un mondo che è diventato così multiculturale, di non incrociare più per strada persone provenienti da un altro paese. Una realtà analoga è stata dipinta da William Melvin Kelley nel suo romanzo Un altro tamburo pubblicato nel 1962, l’autore affronta da un punto di vista molto innovativo tematiche importanti e sempre attuali: la segregazione raziale e la discriminazione.

 

Chiunque, chiunque si può liberare dalle catene. Quel coraggio, per quanto sia nascosto in profondità aspetta sempre di essere chiamato fuori. Basta solo usare le parole giuste, e la voce giusta per pronunciarle, e uscirà ruggendo come una tigre.

 

In un mondo in cui i confini sembrano essere sempre più labili, le culture sempre più in contatto e la multiculturalismo degli Stati all’ordine del giorno, persistono ancora tante, troppe, manifestazioni di discriminazione. Discriminazione e pregiudizi sono ancora ben radicati nel tessuto sociale e nell’indole di tante, troppe, persone che non riescono ad accettare la diversità. In fondo accettare cosa? Cosa è “normale” e cosa è “diverso”? Possiamo veramente definirci normali rispetto ad altre persone? O peggio, perché alcuni si reputano migliori e/o superiori ad altri provenienti da un Paese diverso? William Melvin Kelley nel suo romanzo Un altro tamburo riporta alla luce la realtà della segregazione raziale subita dai neri in America, quella stessa America moderna e progressista, lo Stato sempre un passo avanti a tutti agli altri Stati, la Terra delle opportunità. La segregazione raziale forse può sembrarci un problema lontano: un avvento protagonista della storia di paese distante e formalmente (ma non praticamente) terminato da circa sessant’anni. Come può tutto questo essere attuale? Perché in fondo sappiamo benissimo che gli atti di discriminazione sono sempre all’ordine del giorno; sì è vero, non è proprio compito nostro risolvere queste problematiche ma informazione è prevenzione, possiamo scegliere di non infilare la testa sotto la sabbia ma di, documentarci e studiare gli avvenimenti che ci circondano. Trovo che sia meraviglioso donare la voce italiana a romanzi come Un altro tamburo; i libri sono uno strumento molto potente di cui forse si sottovaluta la forza: con la semplicità di una narrazione possono prendere per mano i lettori e guidarli lungo un percorso di conoscenza e riflessione.

 

Vede, io non sono molto esperto della mentalità del Sud, bianca o nera che sia. Certo, anche al Nord abbiamo le stesse tensioni razziali, ma non a un livello così smaccato, primitivo, gradevolmente barbarico come qui. Ecco perché glielo chiedo. Lei può farmi in qualche modo da interprete, dato che ha ricevuto una piccola parte della sua formazione al Nord, ma è anche nato in questa zona. Forse la mia domanda è troppo generica. Non le sembra di essere sul luogo di un evento significativo?

 

NNEditore ha portato in Italia un’altra perla della letteratura americana. Credo fortemente che Un altro tamburo sia un gioiellino che dovrebbe essere inserito nelle letture da proporre a scuola, insegnare e spingere i più giovani a riflettere partendo da storie, storie per noi lettori ma realtà per molte persone; non posso pensare che sia possibile restare impassibili di fronte a situazioni narrate da chi ha subito violenze, torti e ingiustizie sulla propria pelle. Di certo non si può restare impassibili di fronte ad Un altro tamburo. La voce forte e impetuosa di William Melvin Kelley è un inno alla libertà, è insegnamento, è speranza e unione. L’unione dei neri d’America che hanno trovato il coraggio di ribellarsi, la forza per spezzare le catene della schiavitù e appropriarsi del diritto di scegliere il proprio futuro. L’autore immagina che tutti i neri abbandonino improvvisamente uno Stato immaginario ubicato nel profondo sud dell’America segregazionista, stanchi di sottostare ai bianchi si dirigono altrove con l’obbiettivo di migliorare la propria esistenza. Kelley dipinge questo evento con immagini meravigliose e di forte impatto, una processione di persone di colore che abbandona tutto: case, lavori, terreni, beni materiali…tutto lasciato indietro e contenuto in un’immobile istantanea cupa. Il viaggio verso l’ignoto, la speranza di poter migliorare la propria esistenza e quella della propria famiglia, una valigia sotto braccio contenente pochi frammenti del passato per non dimenticare chi si è stati e poter ripartire a costruire chi si è diventati. Il coraggio di dire basta alle ingiustizie stipato in quella stessa valigia al fianco di una camicia, di un vecchio pantalone o del vestito della domenica.

 

Portava una vecchia valigia di cartone, e arrivato davanti alla veranda fece solo un cenno con la testa, senza dire nulla, e posò la valigia accanto al cartello FERMATA DELL’AUTOBUS, al capo opposto della veranda rispetto agli altri uomini.

 

I bianchi della cittadina assistono impotenti a questo fenomeno, sono lì, in disparte ad osservare fiumi di persone abbandonare il loro mondo. Alcuni sono arrabbiati, altri increduli, altri ancora soddisfatti, alcuni, pochi, sono felici che i neri abbiano finalmente preso posizione. Chi o che cosa ha innescato la scintilla per far divampare questo incendio? La risposta non è chiara, come è giusto che sia. Perché? Qui è l’insieme, la massa, a dare forza a questa azione, se fosse stata portata avanti da un gruppo limitato che impatto avrebbe avuto? Nulla. Forse una fugace occhiata di curiosità da parte dei “padroni”, tutto sarebbe rimasto impantanato nella stessa immobilità. Tra i tanti spicca l’estremo gesto di Tucker Caliban. Tucker a differenza dei suoi antenati è riuscito ad acquistare una porzione di terra dalla famiglia per la quale ha sempre lavorato, iniziando a costruire e coltivare qualcosa di proprio, un nero che diventa un piccolo proprietario terriero non si era mai visto. Un nero indipendente non al servizio di un bianco non si era mai visto. Di per sé quella di Tucker è già una grande conquista, è riuscito ad ottenere la libertà più pura che fino a quel momento non aveva mai conosciuto, né lui né i suoi antenati. È questo il gesto estremo? No, assolutamente no. Nonostante ciò che era riuscito ad ottenere Tucker decide di prendere la sua famiglia e partire, nel farlo però decise di cospargere i suoi campi di sale per renderli sterili, sparò in testa al proprio bestiame e, dopo aver chiuso la porta, bruciò la propria casa di fronte ad una piccola platea di spettatori bianchi.

 

Magari non avremo abbastanza gente per fare tutto. Sono questioni di economia che ci hanno spiegato all’università. Il che significa che non avremo abbastanza da mangiare. Ci sarà una porzione di terra che nessuno potrà usare. C’è sempre stata abbastanza terra per tutti, o quantomeno abbastanza per rompercisi la schiena. Non siamo mica in Giappone: mica vedete gente che coltiva ai fianchi dell’Estern Ridge, legata a una corda per non cadere di sotto.

 

Più il numero dei neri in città si avvicinava allo zero più la rabbia di alcuni bianchi cresceva, rabbia e risentimento, paura nel comprendere che il loro benessere era stato improvvisamente interrotto e terrore nel non sapere quale piega avrebbe preso la loro vita. William Melvin Kelley ci racconta questo particolare fenomeno immaginario attraverso un colorato e variegato coro di voci. I neri ci aiutano a capire attraverso le loro esperienze di vita la scelta di abbandonare tutto, provano una forte sensazione viscerale, non ci sono perché e ma, devono farlo. Il coro di voci dei bianchi è un misto di stupore, interrogativi, rabbia, risentimento e confusione; raccontandoci di loro ci raccontano le ingiustizie e la realtà della segregazione. Mi ha colpita tantissimo il racconto su l’Africano, il constatare come all’epoca della schiavitù i neri venivano strappati alle loro vite e alle loro terre natie per essere trattati senza alcun rispetto, dignità ma soprattutto senza nessun barlume di umanità. Se avessero avuto scelta avrebbero mai abbandonato la loro terra? Io non credo, d’altronde chi accetterebbe di farsi strappare la libertà per essere trattato come uno schiavo?

Un altro tamburo è un grido di speranza, un invito a non arrendersi ma a combattere sempre con forza contro le ingiustizie, è la spinta per trovare dentro sé stessi quel coraggio nascosto che ci obbliga a dire basta. Basta all’essere imprigionati da pesanti catene perché se c’è qualcosa di cui non ci dobbiamo mai privare sono la libertà e la dignità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Desclaimer: si ringrazia l’ufficio stampa di NNEditore per la copia omaggio

 

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