Pensieri di china #8: Il nostro albero di Mal Peet (uovonero)

Instagram: @brivididicarta | @lastambergadinchiostro

Travolgente e doloroso come pochi pensieri di china è il racconto di Mal Peet, reso ancora più espressivo e potente dalle illustrazioni di Emma Shoard e poetico dalla traduzione di Sante Bandiraldi. Uovonero punta ancora più in alto con uno dei suoi ultimi geodi: Il nostro albero, che io e Carlo abbiamo letto insieme per distillare qualche pensiero d’inchiostro.

Data di uscita: 11 Luglio

Acquistalo subito: Il nostro albero

Editore: uovonero
Collana: i geodi
Traduzione: Sante Bandiraldi

Prezzo: € 15,00
Pagine: 90

Un uomo torna alla casa della sua infanzia, spinto dal caso o forse da un grumo di questioni irrisolte. Lì, di fronte al grande albero che domina il giardino, si perde nell’intrico dei suoi rami che ospitano i resti di una casetta di legno. Dapprima sfocate e poi vivide come un tempo, riaffiorano nei suoi occhi ormai adulti le immagini degli avvenimenti che hanno segnato la sua infanzia: il trasferimento nella casa nuova, i pomeriggi estivi passati con il padre nella casa sull’albero e la progressiva perdita di contatto con la realtà dell’uomo, fino alla fine del matrimonio dei genitori.
Una storia intensa e avvincente che parla di rapporti familiari e di memoria, senza paura di esplorare un tema delicato come la depressione di un genitore.

C’è questo strato di malinconia nel racconto di Mal Peet, “Il nostro albero”, che pervade chi legge, lo accompagna attraverso la dolorosa storia di un bambino e un rifugio in equilibrio precario tra i rami di un vecchio albero, un ricordo d’infanzia piacevole che da sicurezza e conforto e che spinge un uomo a ritornare dove tutto è cominciato, ma è questo il problema con i ricordi si finisce per smarrirsi e quel tentativo di costruire qualcosa di positivo con suo figlio sfuma via, divorato poco a poco dalla depressione, un cancro che prosciuga la linfa vitale.

Mal Peet da libero sfogo alla sofferenza, non si trattiene, invade ogni riga, pagina, fino ad arrivare all’epilogo di una battaglia persa in partenza quella di un bambino che vede suo padre cadere vittima della malattia al punto da non riconoscerlo. Suo padre fa un tuffo lento nello sconforto, diventando sempre più assente e riflessivo, fermandosi a contemplare anche la cosa più piccola da quella casetta di legno così in alto, un piccolo osservatorio distante dal mondo e dai suoi tristi problemi.

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Per Benjamin tutto questo è un po’ strano, a partire dal momento in cui suo padre si allontana per vivere su un albero, qualcosa di assurdo e inconcepibile che però malgrado tutto sembra quasi avere un senso, ciò che separa i suoi genitori  una forza invisibile che poco a poco si è fatta sempre più presente fino a minare il rapporto familiare. 

Si sente parlare sempre più spesso di depressione ma è difficile riuscire a capire fin dove affonda le radici, è difficile anche solo capire quanto stupido possa essere un pretesto per far scattare quella scintilla capace di dare fuoco a un’intera vita, basta così poco che una semplice casetta è diventata il simbolo di un nido che cade a pezzi. Ed è qui che Emma Shoard riesce ad essere intensa quanto Mal Peet, illustrando con quel suo tocco magico una situazione difficile, rendendo poetico il racconto di questo autore e accompagnandolo con immagini forti ma dall’indole delicata, illustrazioni malinconiche che riflettono appieno quel senso di vuoto e inadeguatezza che durante tutto il racconto circondano la figura di Sean, il padre del ragazzino.

Dall’altro lato c’è la madre, che invece vive questa lontananza da suo marito come qualcosa che si fa per ripicca con l’intenzione di ferire realmente, nel momento in cui il suo compagno ha iniziato a stare male lei non ha fatto altro che rigirare il coltello nella piaga, prima disprezzando ciò che aveva costruito e subito dopo accantonandolo insieme a quella “catapecchia” per iniziare una nuova vita lontano dalle stranezze di Sean.

Si parla di temi importanti, di famiglia e di un nido nel racconto di Mal Peet, con un tocco di malinconia, una sensazione che nonostante il passare del tempo sembra essere radicata nella vita dei protagonisti, proprio come l’albero che sorregge la casetta, qualcosa di profondo che non è possibile cancellare, uno specchio che riflette solo il vuoto e la tristezza di una vita passata a fare i conti con l’abbandono.

«Il nido era la cosa migliore che mio padre avesse mai costruito, e l’ha costruito per me.
L’ha costruito quando ci siamo trasferiti nella nuova casa: lui, io e la mamma.
Pensavo fosse meraviglioso. Stravagante.  Ma poi papà è andato lì per nascondersi dal mondo, e da mamma, e tutto ha cominciato ad andare storto…
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disclaimer: si ringrazia l’ufficio stampa di uovonero per la copia omaggio.

  

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