Eleanor Oliphant sta benissimo di Gail Honeyman | Recensione di Deborah

 

Era così che funzionava, quindi, il successo dell’integrazione sociale? Era davvero così semplice? Mettiti un po’ di rossetto, vai dalla parrucchiera e alterna gli abiti che indossi? Qualcuno dovrebbe scriverci sopra un libro, o almeno un opuscolo esplicativo, e trasmettere queste informazioni. Avevo ricevuto più attenzione da loro quel giorno (attenzione positiva, non malevola, intendo) di quanta ne avessi ricevuta negli ultimi anni. Sorrisi tra me e me, soddisfatta per avere risolto parte dell’enigma.

 

Editore: Garzanti Libri
Data di uscita:  18 maggio 2018
Pagine: 352
Prezzo: 17.90 €
Acquistalo subito: Eleanor Oliphant sta benissimo

Mi chiamo Eleanor Oliphant e sto bene, anzi: benissimo. Non bado agli altri. So che spesso mi fissano, sussurrano, girano la testa quando passo. Forse è perché io dico sempre quello che penso. Ma io sorrido, perché sto bene così. Ho quasi trent’anni e da nove lavoro nello stesso ufficio. In pausa pranzo faccio le parole crociate, la mia passione. Poi torno alla mia scrivania e mi prendo cura di Polly, la mia piantina: lei ha bisogno di me, e io non ho bisogno di nient’altro. Perché da sola sto bene. Solo il mercoledì mi inquieta, perché è il giorno in cui arriva la telefonata dalla prigione. Da mia madre. Dopo, quando chiudo la chiamata, mi accorgo di sfiorare la cicatrice che ho sul volto e ogni cosa mi sembra diversa. Ma non dura molto, perché io non lo permetto. E se me lo chiedete, infatti, io sto bene. Anzi, benissimo. O così credevo, fino a oggi. Perché oggi è successa una cosa nuova. Qualcuno mi ha rivolto un gesto gentile. Il primo della mia vita. E questo ha cambiato ogni cosa. D’improvviso, ho scoperto che il mondo segue delle regole che non conosco. Che gli altri non hanno le mie stesse paure, e non cercano a ogni istante di dimenticare il passato. Forse il «tutto» che credevo di avere è precisamente tutto ciò che mi manca. E forse è ora di imparare davvero a stare bene. Anzi: benissimo.

 

Quanto può essere dolorosa la solitudine? Immaginate di essere soli al mondo, intendo proprio soli, senza nessun legame, senza nessun affetto o punto di riferimento…riuscite ad immagine una vita del genere? Io proprio non ci riesco. Nonostante mi piacciono i momenti in cui mi trovo da sola con me stessa, non riesco a pensare di condurre tranquillamente una vita priva di affetto e di calore.
Eleanor Oliphant invece da sola sta benissimo, o meglio, è quello che pensava prima di ricevere un gesto gentile da parte di un altro essere umano.

 

Sentivo il calore nel punto in cui si era posata la sua mano: era stato solo un momento ma aveva lasciato un’impronta calda, quasi come se fosse stata visibile. Una mano umana aveva esattamente il peso giusto e la temperatura giusta per toccare un’altra persona 

 

L’esordio di Gail Honeyman è un tuono che improvvisamente squarcia l’aria immobile con le sue grida, è questione di un attimo. Un attimo prima regna la pace e la tranquillità, il secondo dopo un rombo infernale; veniamo trascinati con forza dall’uragano Eleanor Oliphant nella sua vita, un’esistenza solitaria, piatta, quasi banale. Qualcosa di banale può rivelarsi così potente? Sì, Eleanor Oliphant è una lettura che colpisce in pieno il lettore riuscendo a trasmettere un vortice disorientante di emozioni differenti. La Honeyman con una frase ironica riesce facilmente a strapparci un sorriso; la frase dopo trasmette talmente tanta tristezza che tu lettore non vorresti far altro che saltare tra la carta e l’inchiostro per abbracciare forte la protagonista, sussurrargli che sì, andrà tutto bene prima o poi; un paio di capitoli più in là invece il tuffo all’interno del romanzo servirebbe per afferrare le spalle di Eleanor, scuoterla con forza e gridarle di darsi una svegliata ed iniziare a vivere, perché se lo merita. Mentre scrivo queste parole mi ronza nella mente la voce pungente della protagonista, con una meravigliosa ironia definirebbe inopportuna la mia ultima affermazione. Eleanor è un personaggio ingenuo e spontaneo, non sempre dice la cosa giusta ma dice sempre quello che pensa, si racconta a noi lettori a trecentosessanta gradi se le si concede il giusto tempo.

 

Alcune persone – i deboli – hanno paura della solitudine. Ciò che non riescono a comprendere è che possiede qualcosa di molto liberatorio: una volta che ti rendi conto di non aver bisogno di nessuno, puoi prenderti cura di te stesso. Il punto è questo: è meglio prendersi cura solo di sé stessi. Non puoi proteggere gli altri, per quanto ci provi. Ci provi e fallisci – e il tuo mondo ti crolla addosso, brucia e si riduce in cenere.

 

Eleanor Oliphant ha quasi trent’anni, da nove lavora nello stesso ufficio, abitata nello stesso appartamento, ha una routine alla quale si attiene con rigore ogni giorno della settimana, il mercoledì riceve una breve telefonata dalla madre, il weekend lo trascorre in casa a bere vodka nella giusta quantità per essere solo un po’ brilla. Eleanor è completamente sola: non ha nessuno che la infiammi di passione, nessuno che la stringa in un abbraccio amichevole, nessuno con cui chiacchierare, prendere un caffè o fare semplicemente una passeggiata. Eleanor è felice così, sente che non le manca niente, non ha bisogno di nessuno, con lei c’è solo Polly, la pianta della quale si prende cura da quando è una ragazzina, l’unico frammento del passato ad essere sopravvissuto. Eleanor ha un passato molto burrascoso, un trascorso che anche lei stessa non conosce a fondo, c’è qualcosa di oscuro che la spinge a scappare dai ricordi e quando emergono con prepotenza ad innaffiarli con la vodka per farli tornare nell’ombra. Una evento terribile sconvolse la protagonista quando aveva solo dieci anni, rischiò di morire arsa viva a causa di un incendio appiccato in casa ma riuscì a sopravvivere con tante cicatrici disegnate sulla pelle e ancor di più incise sul cuore; dopo l’episodio fu affidata ai servizi sociali, tra istituti e famiglie.

 

Riuscii infine ad aprire la porta, ma non fui in grado di alzare la testa, non avendo la forza di sollevare lo sguardo. Se non altro tutto quel bussare era cessato. Era il mio unico obiettivo.
“Gesù Cristo!” disse la voce di un uomo.
“Eleanor Oliphant”, risposi.

 

Una pianta può restare ancorata alla vita senza robuste radici che scavano la terra in profondità? No, sarebbe sradicata dal primo sbuffo di vento, la stessa brezza che ha sferzato con una ferocia inaspettata la vita di Eleanor Oliphant facendo crollare tutte le sue certezze, fragili come un castello di carte. La solitudine dapprima vista come una calda coperta sotto la quale rifugiarsi è diventata per Eleanor opprimente, come lo sarebbe un piumino in pieno agosto; il nulla accanto a lei si è espanso come una famelica macchia di petrolio nell’oceano, divorando tutte le emozioni positive con il suo buco nero. Eleanor Oliphant da quel momento ha iniziato a scardinare le sue rigide abitudini; ha iniziato a guardarsi intorno pensando all’amore; ha piano piano aperto il suo cuore ad una sincera amicizia; senza quasi accorgersi ha iniziato un percorso tortuoso per dire addio alla sofferenza, prendendo coscienza del passato grazie all’accettazione di un aiuto.

Eleanor Oliphant è una lettura intesa e imprevedibile, un concentrato di ironia, solitudine, sofferenza, black humor, scoperta e spontaneità. Gail Honeyman ci guida per mano lungo un percorso di crescita e cambiamento, arriveremo con la protagonista a toccare il fondo ma alla fine, letta l’ultima pagina, potremo affermare che sì, Eleanor Oliphant sta benissimo.

 

 

 

 

 

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